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Shine a Light2h 00'
Regia: Martin Scorsese Di Ultimi Valzer iniziatici ed ammalianti sentiamo, oggi più che mai, il bisogno, a patto
che ogni fin de partie sappia alludere a rinnovate epifanie. Dopo l’indimenticabile film–concerto che, nel 1978, documentava
l’ultima esibizione dal vivo di The Band, mitico gruppo che fece da supporto a Bob Dylan (The Last Waltz avvenne a Winterland,
San Francisco nel 1976); dopo il più recente documentario proprio su Dylan, No Direction Home, ecco ancora lo Scorsese’s
touch cimentarsi con un altro miracolo di rigenerazione musicale ottenuta usando la materia di cui sono fatti i sogni, ovvero
il cinema. Che il grande italo–americano sappia dare corpo alle arti impastandole con il linguaggio dei film è cosa nota: basti
pensare alle sequenze di Lezioni di Vero (episodio di New York Stories), a certe di Taxi Driver o di L’Età
dell’Innocenza per indicare quanta vita possa prendere sullo schermo la pittura; oppure basta lasciarsi invadere dalla memoria
del primo incontro sensoriale con le scene commentate da brani di repertorio o da nuove partiture poi diventate classici del
soundtrack in Toro Scatenato (l’incipit con Mascagni!), nuovamente Taxi Driver (Hermann!) e, ancora, Quei Bravi
Ragazzi, Casinò e, andando a ritroso, Mean Streets assieme al paradigmatico "musical" New York, New York.Per dare corposità visuale alla musica della sua vita, Scorsese sceglie di raccontare la leggenda dei suoi (dei nostri, di tutti) Rolling Stones, attraverso la loro performance svoltasi al Beacon Theatre di New York nell’autunno del 2006. Il risultato è Shine a Light, documentazione partecipata di un evento ed insieme luccicante riflessione teorico–pratica sul farsi e disfarsi della musica, sulla sua immanenza ed iconocità, sulla macchina desiderante che essa riesce, in certe particolari occasioni, a mettere in moto. Dopo l’antefatto di un conciliabolo preparatorio con il nostro Martin faccia a faccia con l’inossidabile band ed il suo staff, dove si prepara la scaletta discutendo mentre l’icona Mick Jagger svela la propria focosa energia e un irresistibile senso dell’umorismo; dopo le riprese nell’aereo privato dove il gruppo si prepara all’orgia rock facendosi invadere dalle note di un sottofondo classico, ecco arrivare il momento del memorabile show di beneficenza introdotto da un discorso dell’ex presidente musicista Bill Clinton. Ed è subito musica, viscerale e coinvolgente, adrenalina profusa in palcoscenico, che dimostra la divina (o diabolica?) longevità di un’energia animalesca, quella degli Stones e delle canzoni leggendarie che hanno segnato un’epoca, educando ormai molte generazioni ad una libertà d’ascolto portatrice di un commovente spirito rivoluzionario. Che le "pietre rotolanti" più famose e cool del Novecento proponessero l’incanto di un’utopia rigeneratrice delle coscienze, private e pubbliche, lo si evince nei sottotesti impliciti delle interviste di repertorio (tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70) che il film sciorina strategicamente tra una sequenza live e l’altra. L’occhio caldo del regista irrompe sulle tavole della storica performance, con travolgente ed ineffabile perizia da gran virtuoso, per farci partecipi dell’autentica grandezza dei sublimi interpreti, con magnifiche carrellate che sottolineano l’impatto, le raffinatezze, i taglienti legati e le acute svirgolature delle invenzioni country e blues reificate nell’anima rock della straordinaria esibizione. Diciotto macchine da presa, digitalmente guidate, garantiscono il moltiplicarsi dei punti di vista in un gioco spettacolare ed analitico gestito con perizia anche dagli ottimi direttori della fotografia, Albert Maysles e John Toll, sotto la guida del grande Robert Richardson. Un rilievo visuale a cui il regista offre il consueto suo gusto per l’ellissi e i suoi celebri affondi in piano sequenza, moltiplicando i volumi di uno spazio limitato a cui egli sa conferire il valore di uno scenario emblematicamente epifanico. Ascoltiamo, con tutti i sensi attivati, le note di "Jumping Jack Flash", brano che qualcuno ricorderà a commento della discesa
agli inferi di Mean Streets. E poi i classici senza tempo "As Tears Go By", "You Got the Silver", "(I Can’t Get Not)
Satisfaction", "Sympathy for the Devil", "Paint it Black", tutti incastonati in uno spettacolo che offre, come momenti forti,
le straordinarie partecipazioni di Jack White III ("Loving Cup" eseguita assieme al gruppo), del bluesman Buddy Guy (con
l’elettrizzante "Champagne & Reefer" in grado di far vibrare il palco) dotato di una voce potente e memorabile esibita al
punto giusto, e poi della cantante pop Christina Aguilera impegnata in un duetto di fisica sensualità ("Live With Me") con il
grande Mick, da lui travolta grazie ad un’eccezionale ed irresistibile estensione vocale del nostro, "Faraway Eyes" rende palese
l’anima country degli Stones, mentre è topico il momento di un duetto di chitarre tra Guy e Jagger a cui si aggiunge la magica
creatività di Keith Richards nella già citata "Champagne & Reefer". Ma come si fa a descrivere l’impatto coreografico, compositivo
e, soprattutto, sonoro di questo evento al quale Scorsese conferisce il valore di una testimonianza potentemente evocativa?Ci si commuove, assieme al regista, quando il pubblico entusiasta rende il trionfale omaggio, fuori dal teatro, alla mitica band. Poi l’empatica suggestione di un film–concerto rigorosissimo ed intenso fino allo spasimo ci offre il respiro di una panoramica estesa sulle ali della magica New York con tutte le sue mirabolanti luci e con il sigillo della lingua fuori dai denti, simbolo riconoscibile degli Stones. Ed è questa un allusione mistica ad un firmamento concreto che ha trasformato in spettacolo paradisiaco l’infernale afflato di un sound che voleva (che vuole ancora e che vorrà per sempre) cambiare il mondo e le sue deterministiche prospettive. Con questo suo partecipato tributo, Scorsese ci ricorda che il cinema sa darci la magnifica illusione di poter toccare le stelle, quelle che brilleranno per sempre come Mick, Keith, Ronnie e Charlie. Continuando a rotolarci in testa, negli ultimi walzer che saranno sempre i primi. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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