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BugieGojitmal - 1h 51'
Regia: Jang Sun-Woo Molti film hanno di recente esplorato la sessualità umana in rapporto alle nuove tecnologie informatiche, alla virtualità
costruita con il digitale. Cronenberg dalle protesi organiche di Crash è passato ad eXistenZ, "non un film sulla
virtualità del corpo, invece un film sulla corporeità del virtuale" (vedi Marcello Walter Bruno in Segnocinema n° 103), in cui la moltiplicazione delle percezioni
sensoriali, percorrendo territori nuovi, è anche il gioco di svelamento/occultamento delle immagini. Nella discussione critica attuale, non soltanto in relazione
all'erotismo, ma più generalmente a quella di corpo, è stata elaborata una serie di contributi sulle ibridazioni tra organismo umano e macchine. La tendenza
dominante che indica il fenomeno di perdita del corpo tradizionale ha il suo contraltare nella riaffermazione del corpo e questo processo sembra passare innanzitutto attraverso
la riappropriazione delle pratiche sessuali. Ne Il Corpo Dell'Anima Salvatore Piscicelli affermava il trionfo doloroso del corpo/anima, del desiderio sessuale di un vecchio che s'infrange nella carne prorompente di una giovane donna. Piscicelli misurava i limiti del desiderio, che erano anche i limiti di ciascuna corporeità. Se dunque l'attraente prospettiva del virtuale sarebbe quella di superare i limiti organici, la bruta corporeità invece si scontra con la misura del proprio corpo. In questo senso il regista coreano Jang Sun Woo descrive una dimensione fortemente materialistica del fare sesso, vale a dire le legnate e i segni che rimangono impressi entro i confini di un corpo tradizionale. Le ferite sanguinanti sono il messaggio terminale di un corpo che vuole riappropriarsi del diritto intimo della carne, quello estremo e doloroso della piaga, dell'ecchimosi. In Bugie l'esaltazione dell'amplesso sadomaso si traduce in urgente gesto liberatorio non nel rapporto tra due individui, ma nell'opposizione tra la coppia e il mondo esterno. Il film ha un chiaro (sotto)testo politico. In tale prospettiva Bugie è eversivo non perché fa vedere l'atto sessuale, nudo e crudo, tra un uomo e una donna, ma perché gli elementi di tale rapporto e l'ambiente raffigurato celano un'ideologia con una forte tensione provocatoria. Innanzitutto i due scopano secondo le modalità che preferiscono (alla faccia dell'immaginario comune), in assoluta libertà che si realizza in ambienti chiusi, ben nascosti dallo sguardo pubblico. Come dire che tale sessualità, bandita, non approvata, può celebrarsi solo in stanze anonime e squallide. Y e J non hanno neanche un nome, solo due lettere dell'alfabeto, li "separa" una notevole differenza d'età: lui 38, lei 18, e Y vuole perdere la verginità. È inoltre affermata l'intolleranza verso i ritmi di lavoro stabiliti dal sistema produttivo e non dalla creatività dei singoli, ed, infatti, J è uno scultore. La ragazza esprime l'insofferenza a una logica familiare soffocante, la morte del fratello oppressore è una liberazione. Naturalmente il chiacchiericcio sul presunto scandalo - con riferimento soltanto alla tipologia delle scene di sesso - che ha accompagnato a Venezia il film, dove è
stato presentato in concorso, è davvero incredibile. Ma perché molti giornalisti e critici si sono dimostrati complici di un sistema che riesce a intorpidire le
menti più aperte? Eppure basta considerare alcuni dati di fatto: le autorità coreane hanno arrestato il regista; in Italia la censura è intervenuta tagliando
alcune scene del film. Ma non avevano assicurato illustri commentatori che il film era noioso e banale? Cosa ci hanno visto di grave la censura e le autorità coreane? Ancora una volta siamo convinti che il clima di conformismo strisciante sappia ben individuare quei testi in cui si esplicita un pensiero eversivo o almeno giudicato controverso per il pubblico. In questo caso il linguaggio scarno, preciso, quasi documentaristico di Jang Sung Woo è proporzionale alla chiarezza dei sentimenti espressi da entrambi i protagonisti: la voglia di vivere secondo i propri desideri, evitando l'alienazione che la società conformista ha già deciso per loro. © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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