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Liberate i Pesci

1h 30'

Regia: Cristina Comencini



Nonostante i tentativi della regista Cristina Comencini (La fine è nota, Va' dove ti porta il cuore, Matrimoni) di sostenere con assiduità la parte visionaria di questa storia corale ambientata nel Sud d'Italia, anche attraverso alcuni vezzi stilistici quali la sovrimpressione e la soggettiva fluttuante del canto, le caricature e le gag sembrano abbandonate all'estro degli attori e la dimensione grottesca di personaggi e luoghi rimane semplicemente abbozzata.
Cosa poteva essere, dunque, questo Liberate i Pesci, già nel titolo vagamente surreale, e invece non è, perché vizi e difetti sono precisamente mostrati. Tale denotazione meticolosa è strumento prediletto dei Tv movie, i più recenti prodotti dell'entertainment televisivo, costruiti secondo gusti e fasce di pubblico: dalla commedia familiare, alle commesse, ai casi del commissario e del prete. È chiaro che i protagonisti di queste serie sono già, come si evince dai titoli spesso privi di fantasia, uomini e donne identificabili dal loro ruolo sociale e le vicende raccontate si evolvono secondo il canone della prevedibilità, della greve complicità con lo spettatore, il quale è chiamato ad una semplice operazione di riconoscimento: di espressioni, situazioni, dialoghi e battute. Ma il grande cinema ha sempre bisogno di lasciare la porta aperta all'imprevisto, di puntare il dispositivo visivo della macchina da presa verso l'oscurità, le zone d'ombra più che verso le luci.
La fotografia di Liberate i Pesci è purtroppo una direzione di luci più che di ombre. Anche se la medesima regista ha rilevato nelle interviste il carattere neutro, amarognolo, della fotografia, il risultato è un'omogeneità che non funziona da contrappunto alla presunta atmosfera grottesca. Cosicché alcune sequenze, come quella del moribondo boss leccese Michele Verrio (Michele Placido), circondato da familiari e parenti acquisiti, accendono solo qualche tiepido sorriso da intrattenimento postprandiale.


Il matrimonio è anche una specie di prefunerale, ma sancirà l'intreccio con l'altra famiglia, nucleo allargato, giacché il figlio di Verrio, Giovanni, che è poi il figlio di Gianni Morandi, Marco, sposa Sabina, figlia di Sergio (Francesco Paolantoni) che è l'ex marito di Mara (Laura Morante). Quest'ultima vive col nuovo compagno Emilio (Emilio Solfrizzi), che è a sua volta un protetto del suddetto boss. E gli intrecci continuano: il soprano Lunetta (Lunetta Savino, alias Cittina nello sceneggiato televisivo Un Medico in famiglia), sorella di Sergio, è anche l'amante di Verrio. In tutta questa agitazione Sergio perde la bella amante francese che gli preferisce un giovane locale, e l'altro figlio di Verrio, continua a giocare con un videogame portatile anche dinnanzi il capezzale del padre morente, e, sullo sfondo, si allestisce lo spettacolo lirico dell'Aida e i criminali russi continuano a scolarsi litri di vodka.
Le famiglie italiane della Comencini funzionano secondo l'aspetto spettacolare dello stereotipo con il boss mafioso, naturalmente volgare ed ignorante (confonde l'Aida con la Traviata), gli scoppiettanti litigi tra familiari, ciascuno dei quali alla fine asseconda egoisticamente i propri desideri, senza capire mai le esigenze altrui.
L'ora e mezza di divertimento è servita. Il pubblico ottiene la sua dose di confortante distrazione. L'importante è non pensare troppo o forse, lo suggerisce uno dei personaggi, non capire...

© 2000 reVision, Andrea Caramanna



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