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Liam1h 30'
Regia: Stephen Frears Stephen Frears è regista eclettico. E questa sua
disposizione consiste paradossalmente nel percorrere anche le strade più
consuete. Come in questo caso, benché qualche piccolo spunto d’originalità vi
sia nel soggetto: la presenza di camicie nere fasciste a Liverpool nel periodo economicamente
depresso degli anni trenta. Il film è una storia proletaria, il padre operaio
che perde il lavoro e gli stenti della sua famiglia, la moglie e i tre figli
tra i quali il piccolo Liam del titolo. Frears si preoccupa di non stravolgere le
atmosfere visive legate alla ricostruzione storica ambientale, pur disponendo
una serie cospicua di inquadrature sbilenche e in alcune sequenze un ritmo ed
una velocità dal gusto contemporaneo, ma senza alcun’istanza spettacolare. La
dimensione più interessante del film è nell’esplicazione drammaturgica dei
rapporti tra i personaggi e l’ambiente esterno. Il mondo che li circonda appare
fortemente minaccioso e, nel caso di Liam, responsabile di un’educazione
squilibrata, ispirata alla più bieca rilettura dell’insegnamento cattolico.
La regia interviene proprio laddove le scelte stilistiche convenzionali graverebbero sulla prevedibilità dello sviluppo narrativo. È invece intrigante partecipare emotivamente alle tribolazioni dei vari personaggi sposando completamente il loro punto di vista. Va inoltre ricordato che le sfumature sentimentali del piccolo Liam sono amplificate da una forma stizzosa di balbuzie che evidenzia in maniera chiarissima i moti minimi della sensibilità che si turba quando il bambino si relaziona agli altri. Il cinema di Stephen Frears si qualifica allora, nelle sue diverse non divergenti
prospettive, come un potente strumento d’osservazione, una sorta di
rappresentazione con infinite varianti della medesima commedia umana. Dove però
i sentimenti umani appartengono in modo ineluttabile ad un mondo "ricostruito",
forma possente di spazio-tempo storico. Così era negli ultimi suoi film,
ispirati ad altrettanti romanzi (Max Evans e Nick Hornby), dai titoli
curiosamente assonanti, High Fidelity e Hi-Lo Country,
in cui la città di Chicago e il New Mexico erano riferimenti mai scontati, giacché
mostravano come Frears lavori sui testi, nonché il memorabile Fail Safe,
sorta di sceneggiato televisivo "retrodatato", esperimento puro di percezione
estetica "spostata"; in questo caso il romanzo di Joseph McKeown è rielaborato
secondo le coordinate spazio temporali dell’inquadratura cinematografica, sì da
caratterizzare in ogni battuta il dirompente scontro fisico e morale che
attraversa per intero la storia. Il risultato qualche volta sorprende, come in Hi-Lo
Country, luogo che diventava terra sconosciuta e lontana dalla classica
rappresentazione del West hollywoodiano. Ai curatissimi dettagli si aggiunge
l’incisiva focalizzazione dei rapporti familiari in una perfetta alternanza di
dialoghi, esplosioni d’ira, dolore, sconforto per la terribile condizione di
precarietà ed espressivi silenzi, paurose incertezze, angosciose sospensioni
dell’anima che danno la rigorosa misura di una situazione estrema di
sofferenza.
© 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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