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Lezioni di Volo

1h 43'

Regia: Francesca Archibugi



Chissà che fine ha fatto la Mignon dell’opera d’esordio della Archibugi, la cuginetta francese arrivata a seminare uno scompiglio familiare attivando adolescenziali calori. A noi tocca rimpiangerla insieme al film, Mignon è Partita appunto, che la raccontava con intelligenza e pudore, poiché avvilente è il paragone con i recenti exploit del Moccia’s touch, l’indigesta melassa di Tre Metri Sopra il Cielo e Ho Voglia di Te: catene dell’amore e desiderio di assoluto che dovrebbero rivelarci la debole essenza della generazione "xy" dei disimpegnati per vanto. Addio acri turbamenti, addio domande scomode e desiderio di sane ribellioni, addio disincanto nichilista e paura di futuro: anni luce sembrano trascorsi dai lucidi ritratti giovanili tratteggiati con generosa consapevolezza dall’autrice de Il Grande Cocomero, Verso Sera e L’Albero delle Pere.
Dopo un lungo periodo di riflessione (sono passati sette anni dall’insuccesso di Domani e cinque dall’incerto esperimento televisivo del para-manzoniano Renzo e Lucia), l’Archibugi torna al suo tema prediletto, che è quello classico dei conflitti familiari che generano giovanili voglie di fuga in una società, come quella odierna, dove angoscia ed alienazione sembrano aumentati a dismisura e ogni ricerca di calore familiare sembra destinata ad un’inconsolabile sconfitta.

Ancora una volta i turbamenti dei padri altoborghesi ricadono sulle inquietudini dei figli in questo teorema sull’illusione di libertà scritto dalla regista in collaborazione con Doriana Leondeff. Lezioni di Volo ci racconta di Pollo (interpretato con bressoniana algidità da Andrea Miglio Risi, figlio d’arte di Marco) e di Curry (Tom Angel Karumathy), amici inseparabili in quel di Roma ed entrambi segnati da una sonora bocciatura agli esami di maturità. Di fronte a loro c’è il dilemma: prolungare di un anno la prigionia dorata della routine scolastica o decidersi a sconfiggere l’abulia generata dal terrore di crescere, magari spiccando il volo verso altri lidi? A farli decidere provvedono assai poco i disagi esistenziali dei rispettivi genitori: Pollo è figlio dell’ebreo Leone (un efficace Flavio Bucci), che di professione fa l’antiquario, e di Lilly (Anna Galiena, ancora bellissima), madre inacidita nella propria infelicità. Curry l’indiano è invece il pargolo adottato dalla sterile Annalisa (Angela Finocchiaro), una psicologa che elabora malamente (come solo gli psicologi sanno fare) l’ostinata infedeltà del marito Stefano (Roberto Citran).

I due giovani compari (che insieme, grazie ai loro nomi, fanno ironicamente una nota ricetta da menù turistico) convincono i rispettivi, liberalissimi adulti a concedere loro una vacanza estiva in India. E qui l’Archibugi deve aver ripescato dalla propria memoria di quasi cinquantenne il mito di quell’Altro Mondo che negli anni Settanta fu meta privilegiata di redenzione borghese e di trasgressione spiritualistica, l’India magica rivisitata a suo tempo da Malle e Rossellini che per i giovanissimi neofiti del 2007 può diventare luogo di apprendistato filosofico e di liberazione emotiva. Niente di tutto questo, ovviamente, si attiva: per Curry, l’occasione di riconoscere le proprie radici si trasforma in un salto nel buio così come per Pollo, spinto solo dall’urgenza di cambiare aria. Il sentimento del vuoto pare non abbandonare i due nemmeno in terra indiana. Ma a far cambiare loro la rotta provvede, invece che l’esotica trasgressione, lo spontaneo afflato della bella Chiara (un’intensa Giovanna Mezzogiorno), ostetrica volontaria di "Medici senza frontiere", sposata ad un collega scozzese che opera nello Sri Lanka, frustrata nel proprio desiderio di maternità che si riflette nella sua vibrante testimonianza attiva ai tanti parti delle madri indigene. La ragazza fa innamorare di sé Pollo, anzi fa di più: insegna a lui le gioie e l’abbandono dell’amore, un’iniziazione che coinvolge per felicità riflessa anche l’amico Curry che intanto cerca la madre perduta per imbattersi poi nella sorella. Si compone così un trio per nulla infernale e semmai di bertolucciana memoria, mentre l’India e il suo inquietante paesaggio rimangono scenario d’insondabile mistero.

L’Archibugi racconta le fasi del girare a vuoto e poi della rivelazione amorosa da parte dei suoi protagonisti con tenero disincanto, mai perdendo di vista le parallele vicissitudini dei genitori dei due ragazzi, a testimonianza di un malessere che non conosce confini e zone franche. La sua India è un luogo pieno di vitalità e di dolore che non ha più la necessità di essere descritto come una categoria dello spirito. Pur con certe incertezze drammaturgiche e qualche caduta di tono, il film rivela con garbo le proprie ambizioni. Nel raccontare la dolorosa dinamica di un parto o la tenera relazione, fatta di sguardi e di silenzi, tra Chiara e Pollo, la regista tende a recuperare il senso della vanità delle cose e la loro ispida, e forse ormai illeggibile, bellezza. Fortunatamente contiene i propri struggimenti a guardare oltre se stessi, ad emanciparsi rispetto alle proprie ansie autorefenziali. Non basta più (e forse non è mai bastato) un viaggio in India per imparare a crescere a questa generazione divenuta preda di più adulte degenerazioni, incapace di dire "basta" a coloro che ripetono la litania di gabberiana memoria, "anche per oggi non si vola".

© 2007 reVision, Francesco Puma