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Lezioni di Felicità

Odette Toulemonde - 1h 41'

Regia: Eric-Emmanuel Schmitt



E’ noto che le canzoni siano per la Francia un patrimonio culturale immarcescibile almeno quanto lo è il repertorio del melodramma per noi italiani, e altrettanto popolare. Viatico di una poeticità rarefatta e suggestiva, coi suoi evocativi riflessi simbolisti, la "chanson" esibisce melodie orecchiabili e struggenti buone a far rivivere i codici (anche morali, ma non solo) di un mondo che non c’è più componendo, tassello dopo tassello, il mosaico dell’identità di quel Paese straordinario e del suo popolo. L’ha ben compreso Alain Resnais quando, anni fa, girò il suo panegirico sull’essenza della canzone popolare, Parole, Parole, Parole..., girotondo ironico intorno ad amori mancati e mancanti raccontato con levità speciale. La stessa tenue ironia la ritroviamo nell’impianto, magari meno concettuale e più lineare, di questo Lezioni di Felicità, divertita commedia romantica che segna il debutto dietro la macchina da presa del drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt.
Odette Toulemonde, la protagonista, è una sognatrice canterina in grado, attraverso le suggestioni oniriche che la legano al mito di Josephine Baker, di reinventare il mondo che la circonda, arrivando a librarsi fino ai tetti di Charleroi, cittadina ubicata nella provincia belga dove abita. Lei non è che una commessa del reparto di cosmetica in un centro commerciale, ma le sue musicali voci di dentro consentono persino ai rossetti sugli scomparti di animarsi ondeggiando al ritmo della canzone di turno.
Un po’ Varda e un po’ Demy, la via del musical realistico ammantata di un romanticismo rappreso e consapevolmente citazionista: è questo il gusto prescelto da Schmitt, visivamente trasferito dalla pagina della propria attività letteraria allo schermo, come filosofia disincantata che prova a ridare colore al grigio spento di una quotidianità comune.

Affidata alla magnifica Catherine Frot, dotata di un aplomb leggero e di graziose fossettine che danno accenti teneri al suo contenuto gioco espressivo (qualità specifica, quella del controllo, a cui sanno dare valore le interpreti francesi), la Odette di questo film è una donna capace d’inventarsi le ragioni di una felicità che pure non possiede, irradiandole intorno a sé con commovente generosità. Che sia ignorante poco le importa, e se non conosce l’esistenza dei premi Nobel per la letteratura sa pure bene che se ne conferisce uno per la pace, e tanto basta. Non nasconde nemmeno la propria condizione di vedova non ancora consolata (e con un forte rimpianto per il marito defunto), gestendo con fatalistici umori il rapporto coi due figli, entrambi compatibilmente agli antipodi: Rudy (Fabrice Murgia) è un giovane parrucchiere gay abituato ad amori di letto fugaci, mentre la mascolina (solo per look?) Sue Ellen (Nina Drecq) stempera le proprie crisi adolescenziali con un fidanzato a cui puzzano i piedi. Odette elabora la sua sognante fuga dalla realtà collezionando bambole da fiera e cucendo, durante il dopolavoro, piume per gli abiti d’antan di ballerine delle riviste made in France. Le sue romantiche aspirazioni, poi, appaiono condensate nell’ingenuo poster appeso nelle stanza da letto raffigurante le sagome di due amanti stagliate sull’orizzonte di un tramonto tropicale. Capace, nel suo infantile divagare, di spiccare il volo come una novella Mary Poppins, e di danzare sulle note degli hit della sua idolatrata Josephine, la donna coltiva una platonica passione per l’avvenente scrittore Balthazar Balsan (un bravissimo Albert Dupontel) abituato, suo malgrado, a scaldare i cuori femminili. E così finisce in coda, durante il giorno che ella ritiene decisivo per la propria vita, insieme ad altre fan adoranti, pronta a ricevere l’autografo in libreria, sulla terza pagina del nuovo romanzo del conteso autore, la cui etichetta di scrittore per sciampiste e commesse varie conquista la ribalta di un programma televisivo, rinfacciatagli senza scrupoli, in corso di recensione, dal severo critico letterario Olaf Pims (Jacques Weber). Quando apprende, come colpo di grazia, che questi è perdipiù l’amante della moglie, al buon Balthazar (pure lui non immune a scappatelle coniugali) non resta che abbandonarsi alla depressione. Sarà proprio una lettera su carta rosa e incorniciata con immagini di angioletti, la lettera di Odette (al primo incontro in libreria timida fino all’afasia ma al secondo finalmente più decisa), ad aprire il varco del suo tunnel nevrotico. Parole ingenue di sentimenti purissimi conformano il nobile parallelo letterario tra la nostra commessa e l’eroina del primo libro della Recherche proustiana, un irresistibile attrazione per Balthazar che finisce per accettare il consolatorio invito casalingo della donna.

In questo tracciato di apologo urbano cucito addosso al personaggio di una Candide dei nostri tempi, l’abile regia di Lezioni di Felicità non fa mancare le piccanti notazioni di costume che lo apparentano con certe più audaci acidità del maudit Ozon: personaggi come l’aitante vicino di casa dedito agli scambi di coppia che chiede ad una sempre disponibile Odette di cucire i propri perizoma, o l’amichetto gay di Rudy anche lui lettore dei romanzi di Balsan (segno della sua popolarità trasversale), l’assenza di dialogo tra la protagonista e la figlia Sue Ellen (mentre più solida appare l’intesa con l’altro che le spalma lo smalto sulle unghia), le strategiche assenze nel reparto biancheria intima del centro commerciale sono alcuni tra i rilievi evocativi utilizzati a comporre questa commedia sulla felicità come piccola utopia contemporanea, inscritta nei toni di un realismo magico al quale la colonna sonora (godibilissima e di retrogusto fellinian-rotiano) di Nicola Piovani offre il dovuto spessore.
Sorprende non poco la caustica disposizione di Eric-Emmanuel Schmitt (dal cui romanzo "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano" fu tratto un commovente film con Omar Sharif) che, pur confermando la sua predilezione per gli accenti fiabeschi, sa tirar fuori le unghia lanciando acri frecciatine, però con tenero afflato, allo svilito stato della letteratura contemporanea, affidato alle perverse regole del mercato. Ma ecco che una Toulemonde qualsiasi, nel mostrarci e dimostrarci come sia ancora utilmente bello coltivare i propri sogni ed ideali di purezza, può riuscire a cambiare la prospettiva delle cose, almeno per ciò che riguarda il privato di ogni microcosmo. Non ci resta che seguirne l’esempio, sperando nel bel giorno in cui le Odette trionferanno, ritrovando il loro (e il nostro) tempo perduto.

© 2008 reVision, Francesco Puma