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Lavorare Con Lentezza1h 51'
Regia: Guido Chiesa Bologna, 11 marzo 1977: Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua, è ucciso in via Mascarella da un poliziotto durante degli
scontri iniziati precedentemente all'università. Lo Russo è appena sceso in strada dopo aver dedicato il mattino allo studio. Alle 13.30 Radio Alice, tra le prime radio
libere d'Italia, diffonde la notizia.Bologna 12 marzo 1977, h 23.15: la polizia irrompe nei locali di Radio Alice, rea di aver sobillato i manifestanti che si riversarono nelle strade dopo la notizia della morte di Lo Russo, divulgata dalla radio il giorno prima. La radio aperta un anno prima chiude definitivamente le trasmissioni. Entrambi gli avvenimenti sono raccontati in Lavorare Con Lentezza (titolo preso a prestito dall'omonima canzone di Enzo Del Re, che apriva le trasmissioni di Radio Alice). Non un film su Radio Alice (Chiesa ne fece un documentario nel 2002 intitolato Alice è in Paradiso), non un film sugli eventi politici del '77 e nemmeno sul movimento extraparlamentare ed extraideologico di quel tempo, ed infine, neanche film incentrato su Francesco Lo Russo, né sulla lotta armata o qualsivoglia avvenimento specifico rapportabile ad un periodo che ha molto di più da raccontare. Quello del film di Chiesa è un anno narrato dal di dentro, laddove dentro non significa solo dentro la Storia, o dentro una parte di essa scelta per comunanza ideale, soprattutto non significa nostalgica visione di un periodo. Qui il 1977 non è mitizzato, non è mummificato, è un ritratto corale di pensieri, sentimenti, emozioni, scelte, contraddizioni; i fatti creano uno sfondo certamente importante ma non esaustivo di storie che s'intrecciano senza mai esaurirsi, ritagli di un percorso impossibile da rappresentare, almeno non ancora. Nel caos che è ordine nel disordine, c'è tutto l'impulso creativo e liberato di uno stralcio di tempo soffocato dall'Ordine che tutto nega (e alle forze di quell'Ordine nel film viene restituito l'abituale, storico carattere negativo), un tempo chiuso nel carcere di una memoria volutamente parziale. Da quella memoria monca il 1977 tradizionalmente viene fuori come tempo oscuro, pervaso da tabù inenarrabili, - e così è stato riproposto da un cinema italiano amante degli stereotipi (anche se, come sempre, è affrontata solo la lotta armata, l'eccezione data da Buongiorno, Notte è lì a significare che una riflessione realmente indipendente non considera la cronaca quale strumento di risposta al dubbio umano, come per altri versi altra eccezione è da rintracciare in La Mia Generazione). Ecco che l'unica strada percorribile da chi voglia offrire una visione meno angusta, recuperando quella parte di memoria obliata, parta necessariamente da quelle schegge che all'epoca caratterizzavano il meglio del tutto (ricordiamo il precedente dei personaggi delle tavole di Andrea Pazienza per Paz di Renato De Maria). Lavorare Con Lentezza è un film tutt'altro che perfetto - e diciamo pure che la perfezione comunemente intesa non è una regola imprescindibile - ma con una grande
anima così poco consueta nell'attuale cinema italiano. Sgualo, Pelo, il tenente Lippolis, Marta, Marangon, sono parti di una collettiva visione dove lo spazio è pubblico.
La scrittura a più mani con il collettivo bolognese di nascita Wu Ming (per chi ancora non li conoscesse vada pure al sito www.wumingfoundation.com) da al film quella giusta
confusione organica di personaggi di finzione verosimili e eventi storici senza i quali Lavorare Con Lentezza non sarebbe altro che l'ennesimo film afono sul classico
periodo storico di ordinanza. Per chi, come chi scrive, quell'anno era una ragazzina incosciente, fa piacere non percepire neppure per un attimo la sensazione che dietro questa
storia/e ci sia il sopravvissuto di turno ricordare con sguardo perso in un altrove mitico, come un Buffalo Bill che descriva immense praterie calpestate da mandrie di bufali,
poiché Lavorare Con Lentezza è un film che narra dello ieri riferendosi principalmente alla generazione dell'oggi (quella dei social forum, di Giuliani, della repressione violenta). Quel movimento - così si chiamano desideri collettivi non definibili una volta per tutte - che rifiutava ideologie preconfezionate (generalmente osteggiato dalla sinistra ufficiale), confini inviolabili, la centralità del lavoro come fondamento del vivere umano, l'omologazione dei costumi, dichiarandosi libero dalle regole vigenti, che viveva le sue contraddizioni con forza dichiarandosi per un cambiamento ora e qui e trovandosi spessissimo a omologare esso stesso, morì ufficialmente con l'irruzione della polizia a Radio Alice (l'audio originale è riproposto nei titoli di coda del film). Da allora la pietra tombale cominciò a negare tutto quello che accadde, lasciando quelli a venire in balia della restaurazione giustificata dall'errore e orrore che si volle tipico di quei giorni, naturalmente lasciando intendere quale delle parti in conflitto fosse mostruosa, antistato, contraria al vivere civile. Le generazioni future caddero nel buco salvifico del nulla, per questo oggi qualcuno si può permettere di revisionare il revisionabile, finanche parlare in prima serata di quanto Mussolini sia stato un buon padre e quindi in fondo un buon diavolo, e perché no, parlare male di un film che non si è visto. Sembra che Chiesa se lo sentisse, visto che la canzone dei titoli di coda recita "Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". Rino Gaetano docet. © 2004 reVision, Emanuela Liverani |
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