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Good Bye, Lenin!2h 01'
Regia: Wolfgang Becker Chissà perché il titolo del film sia Good Bye, Lenin!. Non addio, ma arrivederci.
Forse il dolore per l'improvvisa decadenza/scomparsa di un simbolo è tanto concreto da non indurre all'azzardo di un saluto
definitivo. In effetti, l'impresa ardua di Alexander è addolcire un fatto straordinario, rielaborandolo con tutta la gentilezza
possibile, tanto da mitigarne immediatamente gli effetti oppure ribaltando la realtà verso l'utopia custodita dalla madre.
Gli emigranti dall'Ovest verso l'Est per la sconfitta del capitalismo sono una metafora troppo forte per poter essere liquidata
semplicemente come espediente narrativo. La corsa verso Oriente - non a caso la storia del film accenna all'inizio a quella opposta
del padre di Alexander verso l'Ovest per motivi politici di persecuzione - è impossibile, non può avvenire perché
gli ipotetici perseguitati sono legati al sistema in modo molto diverso. Il sistema del blocco sovietico rappresentava ancora una forma
primordiale, obsoleta dunque, di oppressione del popolo. Il sistema occidentale con le sue maglie infinite di seduzioni ha elaborato
la raffinata forma vincente. I suoi servi sono consenzienti oppure inconsapevoli, sono attratti dai segni dell'abbondanza, dalla ricchezza
cromatica che accompagna anche i più insignificanti gesti quotidiani. E lo spettacolo di un supermarket dove si confondono decine,
centinaia di prodotti diversi è ormai irresistibile per le masse, più della televisione satellitare. È la democrazia
planetaria con le sue forti immagini a procedere contro gli antichi regimi, come l'Iraq, l'Afganistan ecc., con la sua ineluttabile comunicazione
della falsa mitologia di abbondanza per tutti.Una delle scene più penetranti è proprio quella che rappresenta il cambio della guardia della Repubblica Democratica Tedesca adombrato dai camion di merci che avanzano (come carri armati) alla conquista (facile) del territorio. Le merci sono la chiave di volta dell'invasione. E con le merci una pervicace accumulazione di nuove immagini. Sostituzioni che procedono inarrestabili. I cetrioli che diventano made in Holland. Perché la globalizzazione economica ha deciso da dove vengono tutti i "migliori" prodotti. Ci può essere una storia di integrazione tra due popoli, dal punto di vista di una famiglia qualunque, laddove è una questione
solo di guerra? Così conta infine solo chi ha vinto. Integrazione vuol dire convivenza, non cancellazione, soppressione. Il nuovo (vincitore)
elimina ogni traccia del vecchio (sconfitto). I soldi nascosti dalla madre di Alexander rischiano di finire perduti tra le immondizie in cui si
trovano anche i mobili di casa. Bisogna cambiare tutto. Tutto ciò che è vecchio, tutto quello che si utilizzava prima non
va più bene. Anche il vecchio marco tedesco orientale sta per scadere: quando Alexander va in banca per scambiare i marchi ritrovati,
l'ottuso impiegato di banca vieterà l'operazione perché sono scaduti i termini. Per Alexander invece il tempo si è fermato,
il presente e il futuro sono scritti seguendo un piano di modificazione che abbraccia tutto il visibile: innanzitutto la stanza dove è
accudita la madre, spazio ricostruito nei minimi particolari, salvato dalla sua inevitabile cancellazione. Questa faticosa ricostruzione di uno
spazio tempo dovrebbe tutelare il cuore malato di Christiane. Dopo il coma di alcuni mesi, il suo oblio non le ha consentito di assistere al
traumatico passaggio, la demolizione del muro e dei confini tra le due Germanie. Le frontiere adesso sono aperte ai nuovi padroni.Il senso schiettamente politico del film è ribadito fortemente da immagini che non alludono alla luminosa fiducia di un futuro insieme di due popoli, ma soltanto alla medesima prospettiva per entrambi. Good Bye, Lenin! è un film tenero in questa atmosfera vagamente autobiografica. Potrebbe dare l'impressione di servirsi di sentimenti familiari nella cornice di commedia per dire qualcosa di molto più crudo: la fine di un sogno, dell'Utopia dello spirito collettivo. Il confronto tra uomini non può che esser giocato ormai sull'abilità di mentire, di fabbricare immagini per qualcuno con uno scopo. Lo scontro allora diventa puramente quello di due obiettivi/immagini diverse. Quelle prepotenti della Coca Cola (che sono rosse come le bandiere comuniste) e quelle artigianali, sovversive dei falsi telegiornali di Alexander. Entrambe ingannano, ma quali a fin di bene? © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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