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Lemony Snicket - Una Serie di Sfortunati Eventi

Lemony Snicket's A Series of Unfortunate Events - 1h 48'

Regia: Brad Silberling



La sorpresa, lo stupore, la fascinazione, sono i sentimenti prevalenti del cinema di Brad Silberling. Il primo lungometraggio, Casper, rappresentava l’intrusione dello straordinario, il fantasma, nella vita ordinaria di alcuni personaggi. Allo stesso modo in Lemony Sticket il conte Olaf, con la solita furia trasformista di Carrey, è il fil rouge di uno sconvolgimento totale dell’esistenza nella sua più dimessa prospettiva. L’eccezionalità così è presente in tutti i protagonisti. Che non è soltanto ironica caratterizzazione, ma uno status minimo per aprirsi continuamente al sogno, all’imprevisto, all’avventura, con più rosee prospettive di cambiamento. Per questo la giovane Violet è un’incredibile inventrice, suo fratello Klaus un lettore instancabile, capace di memorizzare migliaia di pagine, la piccola sorellina Sunny è una forza della natura con quella dentatura in grado di aggredire direttamente le cose, il mondo. Dall’altra parte Jim Carrey nei panni del conte Olaf è una figura del Male estroversa e spietata, un vero motore per il seguito ambivalente, ambiguo, della storia, continuamente sospesa tra reminiscenza misteriosa e poetica magia. Il cinema di Silberling è vicinissimo al crepuscolarismo di Tim Burton (specie quello di Sleepy Hollow con il quale Lemony condivide gran parte del cast tecnico), laddove la diversità rappresenta un processo necessario per il progresso interiore, spirituale, della società umana: senza l’oscurità del sogno non è possibile alcun cammino, senza la presenza angosciante della morte non è possibile alcuna fuga verso l’ideale.
Il cinema di Silberling tenta una paurosa progressione verso l’annientamento della scena naturalistica. La potente smaterializzazione del set reale è un presupposto necessario per raccontare storie totalmente oniriche. Il set subisce una trasfigurazione continua perché la metamorfosi è l’unico oggetto rappresentabile. Metamorfosi che è metaforizzata, cannibalizzata dal/i personaggio/i di Carrey, le cui spoglie esteriori simulano un mutamento del tutto superficiale, una condizione effimera, non corrispondente all’autentica posizione spirituale del personaggio.

Il paesaggio cambia in relazione al grado più o meno esaltato di una spettacolarità che deve incidere su ogni momento della pellicola. Il lavoro di centinaia di tecnici di grafica computerizzata apre le porte a considerazioni sui singoli dettagli. In questo senso alcune scene costituiscono quasi un film a parte. Come il crollo spaventoso della casa sospesa sul lago. Come le altre abitazioni, quella dello zio Monty, sempre labirintica ed inospitale anche per la massiccia presenza di rettili; non meno della casa di Olaf, ultimo grado dell’ospitalità, della possibilità umana, dell’heimlich. Sentirsi a casa nella casa di Olaf è una vana possibilità. Le insidie del "diverso" si sovrappongono sempre. Perché Olaf non è meno inquietante dei suoi amici teatranti, anche se poco raffigurati, mentre l’indifferenza degli altri personaggi, come il critico Dustin Hoffman, rasenta l’obnubilazione.
Silberling non ha il coraggio o non vuole spingersi più in là di una benevola crudeltà, o di una malinconia da fiaba comune. Le storie di Silberling sono affreschi alla Cenerentola, ma che sconfinano in Alice nel paese delle meraviglie di Carroll. Mancano alcune simbologie, mancano parecchi raffinati segni, leggibili come ossessioni. Il cinema di Silberling, malgrado la superficiale apparenza, è un cinema che rappresenta l’ottimismo, la bontà, sempre in grado di sconfiggere, come in molte fiabe tradizionali, gli artigli del Male incarnati nel mondo luciferino o codardo degli adulti. Si guarda con sbalordimento ma è quasi impossibile soffrire o trovarsi disorientati.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna