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Il Grande Lebowski

The Big Lebowski - 1h 57'



Di che cosa parla l’ultimo film dei Coen? È importante saperlo, o, meglio, è possibile descrivere a parole le decine di input che i due fratelli disseminano nel corso della "storia"? C’è un tipo, certo Jeff Lebowski (Jeff Bridges), ma lui si fa chiamare Dude, Drugo nella versione italiana, che come ci racconta una voce over, che poi scopriamo essere quella di un consumato e stralunato cowboy (Sam Elliott), è l’uomo più pigro di Los Angeles. Un Jeff Bridges perfetto nel ruolo dello sfaticato protagonista, (s)vestito con accurata trasandatezza, dalle nostalgie lisergiche, ex figlio dei fiori, che vaga sulla scena tra uno spinello e l’altro, sorseggiando in continuazione White Russian. Il suo hobby è il bowling, uno degli sport più amati dai pigri, dato che tra una pausa e l’altra si può fare di tutto, dal cianciare con gli amici-compagni di squadra, offendere gli avversari, specie se pederasti come l’ispanico Jesus Quintana (John Turturro) e continuare a fumare e sorbire tranquillamente un drink dopo l’altro. C’è un veterano del Vietnam, Walter Sobchak (John Goodman), repubblicano d’assalto (siamo ai tempi della guerra del Golfo), più che mai convinto che con la forza o una pistola si risolve tutto, anche far capire all’avversario di gioco che è meglio non imbrogliare e rispettare le regole (ma davvero si può sparare a un poveraccio, un "ragazzo emotivo" perché ha superato la linea della corsia di tiro?). C’è il timido e paranoico Donny (Steve Buscemi), che non riesce a terminare una frase, che farà una brutta fine. Le altre caratterizzazioni spinte all’eccesso: dal miliardario eccentrico, il vero Lebowski (David Huddleston), che poi si scopre che non è nemmeno milionario, ma solo un mitomane, costretto alla sedia a rotelle e preoccupato per la bella moglie teenager, la reginetta del porno Bunny (Tara Reid), che tra una pennellata e l’altra di smalto alle unghie dei piedi, lascia dietro di sé una lunga serie di debiti. Un rapimento ai danni o a favore (non si capisce bene) della stessa, organizzato da una banda di superbalordi, ex gruppo rock, neo nazisti e nichilisti. E poi la figlia del vegliardo "milionario", Maude Lebowski (Julianne Moore), artista di action painting, ossessionata dall’ossessione maschile per la vagina, votata alla ricerca di spermatozoi, perché ha deciso di avere un figlio; un manager pornografo (Ben Gazzara), sensibile alle ultime tendenze dei pervertiti di tutto il mondo.

A parte la galleria di personaggi, c’è il modo consueto di filmare dei Coen, con Joel alla regia, Ethan alla produzione, mentre di entrambi è la firma sulla sceneggiatura. Dialoghi brillanti, montaggio frenetico, improvvise e spumeggianti accelerazioni, sequenze prese in prestito dai musical di Busby Berkeley, con la spiritualità e il senso onirico di musiche sessantottine, dichiarando apertamente le proprie preferenze (bellissimi i Creedence, abbasso gli Eagles). Non mancano lo spirito ebraico: Walter rispetta le antiche tradizioni semitiche, pur non essendo ebreo (lo era la ex moglie che lo ha lasciato da tempo) e gli scontri tra neonazisti-nichilisti ed ebrei (che non lo sono neppure).
Nelle interviste i Coen hanno affermato di ispirarsi non solo al personaggio reale di Jeff Dowd, produttore e distributore noto all’ambiente dei festival di cinema, ma al genere noir e in particolare ai romanzi di Chandler e Cain letti molti anni fa. Il Grande Lebowski è una perfetta miscela de Il Grande Sonno di Hawks-Chandler (ancora un miliardario che ingaggia un detective), il thriller-noir-slapstick-nonsense dei precedenti lavori da Blood Simple a Barton Fink a Fargo, mentre per la forza divagante e surreale ritornano le suggestioni di Arizona Junior con i dialoghi parossistici à la Robert Altman. The Big Lebowski è soprattutto una commedia divertente con ciniche sfumature, in cui le soluzioni narrative e l’inventiva delle riprese (Dude che vola sopra il tappeto su Los Angeles, le soggettive delle palle da bowling) rivelano chiaramente l’intelligenza compositiva dei due autori e confermano anche il fatto che l’immaginario convenzionale, caratteristica e limite di molti film mediocri in circolazione, si può sovvertire... basta solo volerlo.

© 1998 reVision, Andrea Caramanna