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Laurel Canyon

1h 43'

Regia: Lisa Cholodenko



Come ritornano lo spirito, i sentimenti, le emozioni sessantottesche, ripescate da una postmodernità postyuppie, che si chiede frastornata il perché della propria rigidità sensibile e infine si rivolta con (pre)giudizio contro quel modo di vivere "libero" tra sesso, droga e rock’n’roll, utopia sempre vicino al collasso, ma autentica, da far venire i brividi per il rovesciamento dello stile di vita, delle esistenze. La vita di questa Frances MacDormand nei panni di Jane, discografica di musica popolare (perché il doppiaggio non utilizza il meno equivoco termine "pop" è un mistero), corpo testimonianza resistente di un’epoca cancellata dalla political correctness, dalla fitness (a tutti i costi, come ci mostra l’agente stressata e stressante) e da tutte le ipocrisie reaganiane bushiane dell’ultima ora, ma intima, pronta continuamente a riaffiorare nella memoria cinematografica, d’immagini tempo che sono, forse, più vitali, perché legate ad un sentimento non solo di nostalgico ritorno, ma di recupero del materiale desiderante. Che cosa è oggi la libido? O meglio, chi ha il coraggio di parlarne? Nel film di Cholodenko si parla di sublimazione, un principio messo in atto dalle nuove protesi, e dall’infinito universo (mediaticamente) onnipresente di artifici (neo)oggetti del desiderio. Non sembrerebbe neanche un’opera politica, Laurel Canyon, ma si parla di sesso e desiderio, e poi costumi sociali, rapporti tra generazioni e così siamo sempre lì, dalle parti di un Larry Clark "senza eccessi".

Cholodenko guarda senza le dovute asprezze del caso, senza la dimensione pornografica, quasi a non volere esacerbare i conflitti, il racconto procede "dolce" verso forme di "riarmonizzazione" di incontri apparentemente impossibili, tra gelosie e pudori, provocazioni, ludici amplessi triangolari. Così è la pulsione erotica che temibile avanza, avviluppa, miete le vittime del razionalismo eterosex/duale/di coppia ad oltranza. I due medici eleganti e professionali sono trascinati dal colpo di fulmine verso il precipizio della passione impetuosa ed imprevedibile che sfugge alle logiche di "sano" comportamento. La registrazione di tali impulsi è assolutamente vivace, intensa, attraverso una macchina da presa che tende più a scoprire gli stupori adolescenziali di Sam, Alex e Sara. Mentre dall’altra parte appaiono come "vecchi lupi" pronti a tutto, i vizi e gli stravizi di Jane e Ian. Un occhio che infine sembra condannare tiepidamente entrambe le posizioni, senza tuttavia pervenire a qualcosa che identifichi un equilibrio, una stabilità credibile dell’animo. Per questo Laurel Canyon è un’opera piccolissima, trascurabile, ma che intenerisce nell’atto di donarsi, di credere infinitamente ai corpi attoriali. Ovvio che senza tali superfici corporee il film non sarebbe "niente", non riuscendo mai a bucare con l’occhio della mdp un territorio che non sembri appartenere più strettamente agli umori della sceneggiatura. Nonostante la messa in scena sia angusta, al limite del kammerspiel, non si percepisce alcun senso di claustrofobia degli eventi. Segno che i sentimenti sono davvero esplosivi, scorrono continuamente impetuosi sui movimenti minimi dei personaggi e giocati con la giusta ambiguità, i non detti, le reticenze, le evanescenze, i vuoti di coscienza. Un flusso ininterrotto d’emozioni quotidiane sempre vissute eppure quasi mai "dette". Con il detonatore della nuova situazione, lo spostamento senza il road movie, nella casa materna che offre un singolare quanto decisivo e benefico detournement. Tanto da chiudere in assoluta consapevolezza dei pensieri, bagnati nell’acqua della piscina (ancora luogo ozoniano dell’ibridazione tra sogno e realtà), finalmente lucidi e liberi (di fluire).

© 2004 reVision, Andrea Caramanna