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Last Days1h 25'
Regia: Gus Van Sant Ci sono delle musiche e dei fenomeni musicali che riconducono direttamente a un'epoca, spesso identificata con un decennio: se si parla
di grunge, crossover, del boom del rap - specie di quello gangsta (ma solo perché faceva più gioco alla cronaca dei mass media...) - si è subito portati a pensare agli anni
Novanta, a quel fermento socio-culturale e quindi anche politico che ha toccato anche l'Italia (vedi le Posse, i primi rap in italiano ecc...). Last Days è ispirato
agli ultimi giorni di vita del leader dei Nirvana Kurt Cobain, a livello mondiale il personaggio più in vista del fermento degli anni Novanta. Cobain è morto a 27 anni nel
1994 e, come vuole la tradizione del rock, le circostanze dell'accaduto non sono chiare: la tesi del suicidio non ha convinto tutti anche perché nessuno sapeva bene dove
fosse e cosa stesse facendo in quei suoi ultimi giorni di vita. Nonostante il riproporsi di certi archetipi rock, alla luce di questo presunto suicidio ma ancor di più alla
luce di quello che si può dedurre (a volte leggere o ascoltare) sulla personalità del leader dei Nirvana, sarebbe quanto mai inopportuno appiccicargli addosso il termine
rockstar e poi riproporre i luoghi comuni che questa figura generica risveglia nell'immaginario collettivo. Ok, Van Sant mette in scena il tran tran di alcuni giovani musicisti
arricchitisi a livelli inimmaginabili, ma è ben lontano dal mitizzare i suoi personaggi che, appunto, appaiono prima di tutto persone, persone della loro età, con tutte le
contraddizioni innescate dalla condizione in cui sono capitati. Blake, il protagonista interpretato da Michael Pitt, nei movimenti, nella postura, nel taglio di capelli e
nell'abbigliamento assomiglia in maniera impressionante a Kurt Cobain, specie quando inquadrato a figura intera. E Blake, oltre ad apparire rintronato da un precedente (fuori
campo o comunque avvenuto a priori rispetto alla messa in scena) abuso di sostanze stupefacenti, appare confuso, preda di una confusione derivante però da una lucida presa di
coscienza: il successo, si intuisce, ha minato la sua libertà, gli ha portato addosso gli occhi e le attenzioni di tutti; c'è chi vive o si appoggia (anche ingenuamente) sul
suo talento, chi cerca di avvicinarlo per decifrare questo talento, fino a quelli che cercano di ingannarlo per rimetterlo in riga, ignari (?) di alimentare il meccanismo che
ha fatto finire Blake in quelle condizioni.
Siamo di fronte a un ragazzo in fuga, rifugiatosi in una decadente villa di campagna, che riesce (o almeno ci prova) a dare ascolto solo a un venditore di Pagine Gialle più
sprovveduto che altro; Blake appare una persona che tira avanti e sembra ammazzare il tempo, sulla via di un'autodistruzione che non presenta alternative e la cui genesi risiede
proprio nella presa di coscienza che la sua vita è finita sui binari oniricamente (ma avventatamente) più battuti a questo mondo. C'entrano la società del benessere materiale,
l'avidità e l'ipocrisia: insomma i suoi ultimi giorni, così filmati, sintetizzano le atmosfere e rievocano i temi che animano due delle pellicole più note di Marco Ferreri:
La Grande Abbuffata (1973) e Dillinger è Morto (1968). E come per i protagonisti dei film di Ferreri, al momento della morte lo spettatore resta indifferente a
quello che rimane lo spegnersi di un corpo; nel caso di Blake, un corpo falsamente e ipocritamente "addobbato" (non "addobbatosi"), la cui anima, come esplicitamente mostrato
dal regista, sopravvive. Ma Van Sant appunto non mitizza, non usa gli artifici atti a coinvolgere emotivamente lo spettatore, perché nello sviluppo di questa vicenda la oltrepassa,
dimostrando che la vita di Kurt Cobain resta un reale motivo ispiratore, dichiarato magari per rendere più accessibile un corposo non detto, un fuori campo più influente che in
altre pellicole, nient'altro. Tra le altre cose lo dimostra proprio il fatto che le musiche non cercano in alcun modo di riproporre i suoni degli anni Novanta e il montaggio,
eseguito dallo stesso Van Sant, non ricama assolutamente sulla vicenda ma la cuce.Blake/Cobain paga il riassorbimento messo in atto dalla macchina/sistema nei confronti di un fermento socio-culturale e quindi anche politico sviluppatosi a livello mondiale in varie forme; annientare la figura più rappresentativa è l'inizio della fine, e non serve nessun piano specifico studiato a tavolino, basta lasciar fluire e alimentare certi meccanismi che ne innescano altri. Roba tipicamente contemporanea, perché oggi tutto avviene in maniera più sottile, e tocca stare all'erta sulle piccole cose del quotidiano; quindi che la vicenda messa in scena sia riconducibile agli anni Novanta - un decennio a cui, finora e chissà per quanto ancora, sono state concesse poche possibilità di essere raccontato (specie ad alta voce) da chi lo ha vissuto direttamente - alla fine non importa. Come non importa, in un tale contesto filmico, capire se la morte in questione sia avvenuta per suicidio o omicidio. Last Days è un film essenziale. © 2005 reVision, Luca Gricinella |
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