Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Incontriamoci A Las Vegas

Play It To The Bone - 2h 04'

Regia: Ron Shelton



Tra le prime inquadrature di Incontriamoci a Las Vegas (traduzione, come al solito ignobile, dell'originale Play It To The Bone) ce n'è una che ci mostra un uomo sul letto di un motel, in evidente stato di overdose, in compagnia di due donne, anch'esse prive di sensi; è un pugile che deve sostenere, in serata, un match importante, il sotto-clou di un incontro di Tyson. Subito dopo vediamo la suite opulenta di un hotel di Las Vegas; al telefono c'è il proprietario, nonché organizzatore dell'evento, e nel suo letto (guarda un po') ci sono due donne. L'analogia tra le due situazioni dispiega un effetto immediato (associazione di due inquadrature per identità) a livello di messa in serie, ed uno a lungo termine, a livello narrativo: quello che ci interessa è il secondo, nella misura in cui introduce allo spettatore la relazione che esiste tra i personaggi che egli sta per conoscere. Il film di Ron Shelton racconta la storia di due pugili e di una donna che è stata prima dell'uno e poi dell'altro: il numero tre, definito quando ancora non abbiamo visto praticamente nulla, è un riferimento costante dell'intreccio; per cui il percorso da esordio a conclusione è un percorso da 3 a 3, il che ci dice molte cose sulla natura di un'opera che è per metà "sportiva" e per metà road-movie. Per quanto concerne il primo attributo, diciamo che Incontriamoci a Las Vegas possiede il tipico limite referenziale delle pellicole di genere, con l'inclinazione alla critica della gestione "affaristica" della boxe (come in Toro Scatenato, o nei film di Robert Wise) e un'adesione totale al modello dell'antieroe (raddoppiato, ma sempre solitario e "outlaw" come in Homeboy). Come racconto di viaggio, invece, il film di Shelton realizza una non-variazione (stasi) che rivitalizza l'ipotesi del viaggio come "falso movimento" (dal "punto 3" al "punto 3"); e si fa notare la vena parodistica e farsesca con cui mette in scena questa combriccola di mezze tacche: Cesar, macho latino con la fifa del ring e i trascorsi omosessuali; Vince, cliché del violento con manie religiose; Grace, ex-bella in evidente declino, che è l'unica "dura" del gruppo (e infatti guida l'auto che porta i due amici pugili al match della vita, a contendersi un fantomatico "incontro per il titolo").

Bisogna pur dire, a questo punto, che questo film non ha motivo d'imprimersi nella memoria; vuoi per l'inerzia con la quale entra in rapporto coi modelli citati, vuoi per l'articolazione prevedibile della vicenda, e pure per la mancanza di performance di valore (della regia come degli attori, con Banderas ai minimi storici). Dell'inerzia crediamo di conoscere il motivo: il regista Ron Shelton ha girato film sul baseball (Bull Durham), sul basket (Chi non salta bianco è), sul golf (Tin cup), ed ogni volta si convince che il Gioco di turno, con regole ed immaginario annessi, possa diventare cinema. Non lo sfiora mai il dubbio che il gioco vero possa essere "soltanto" il cinema, con la disciplina sportiva a fornire lo spunto, il pretesto dell'azione. E alla fine, dei due match in programma a Las Vegas quella sera, avremmo preferito alla battaglia di insulsa finzione Harrelson/Banderas, il bluff di Mike Tyson: questo almeno durava cinquanta secondi.
Un ultimo rilievo per il doppiaggio della versione italiana, che massacra quel poco che c'era da godere: speriamo che gli spettatori familiarizzino presto col supporto DVD, che offre oltre alla versione doppiata anche quella originale col sottotitolo (o senza); potrebbe terminare questa assurda dittatura della parola, che mortifica il lavoro dei registi, degli attori, dei fonici. E poi, sia detto una volta per tutte, non siamo i migliori doppiatori del mondo: siamo gli unici.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci