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L'ArcoHwal - 1h 28'
Regia: Kim Ki-duk L'Arco è l'ennesimo film di Kim Ki-duk sull'inerzia, come necessità spirituale, per la robustezza delle azioni nel tempo.
Inerzia delle passioni, che non si verificano e controllano da sè, sebbene ci sia un patetico tentativo (e non solo da parte del vecchio). Ma sempre fuori da sè,
nell'ambito di un ricamo fittissimo, di trame singolari, fuori dall'ordinario, ma per questo ancora più esemplari ed emblematiche, sistemi che figurano la presenza
di un mondo arcano intangibile che regola secondo il caso ogni evento. L'Arco, in questo senso, è il film più religioso di Kim Ki-duk, perchè intento a
trasfigurare ogni espressione dei personaggi in rivelazione di un evento fuori del mondo conosciuto, luogo soprannaturale di deriva. Tale tentativo aveva qualcosa
di didascalico in La Samaritana, per la chiara allusione alla materia del Verbo. Sempre in La Samaritana
c'erano i dovuti confronti tra Occidente e Oriente. Mentre in L'Arco è chiaro che Kim Ki-duk sposa perfettamente lo spazio ancestrale, liquido, selvaggio,
dell'appartenenza umana al cosmo, con il segreto dell'unione tra maschio e femmina. Però ancora più geniale è il fatto che non si ricorra, non solo in questo film,
ma in tutta la sua filmografia, a rappresentazioni comuni dell'essere umano. Sono proprio le disposizioni più estreme, le perversioni (dello sguardo) a cogliere in
modo diretto e netto la problematicità di una posizione morale. In questo caso il rapporto tra anziano e giovane fanciulla potrebbe esser etichettato con il termine
di pedofilia o comunque prevaricazione dell'adulto nei confronti dell'infanzia.
Kim-Ki-duk adotta il luogo chiuso come per L'Isola o Primavera, Estate, Autunno, Inverno ed Ancora
Primavera. Non casualmente ritornano la valenza del trascorrere circolare delle stagioni (con un risvolto comico: le pagine del calendario infine strappate per
l'impazienza del desiderio) e la presenza dell'acqua che isola dal mondo sociale esterno, condizioni ripetute, per rendere austera, semplice fino all'osso, la scenografia
virata verso l'effetto, spesso convergente in una sorta di colpo di teatro. Sono le invenzioni suggestive, simboliche, ambivalenti, di un cinema che non si stanca mai
di produrre visionarietà a partire da oggetti oltre che inedite situazioni narrative. In questo caso l'arco funge da termometro emotivo. Può tendersi fino a scoccare
la freccia, che corrisponde all'urgenza dei sensi, quando si scoprono traditi da una realtà sempre più volgare ed oscena dei sogni. E l'altalena, sospesa sul fianco
della barca, peraltro coniugata all'arco, è un altro mirabile esempio di immagine stabile, permanente, in grado di spingere il cinema di Kim Ki-duk verso una visionarietà
purissima che basta sempre a se stessa. Per questo motivo il cinema di Kim Ki-duk rischia di ruotare sterilmente intorno ai suoi cardini. Per tutto il suo tempo, L'Arco
non fa che ritornare sulle medesime scene, raddoppiandole con formidabili ellissi che costituiscono l'unico elemento di variazione e cancellano ogni tipo di rappresentazione
convenzionale del racconto. Perchè è vero che l'importante non è stabilire legami tra i personaggi, ma la lenta progressione che ci porterà infine alla figurazione dello
straordinario. Vale a dire la materializzazione di quelle forze segrete nella prima parte solo accennate dalla trasfigurazione di corpi ed oggetti. E quando la fanciulla
è sverginata dallo spirito del vecchio, tutto il suo corpo può abbandonarsi e vibrare nel sangue dinanzi al compimento di un oscuro progetto "universale". Un Mondo ignoto
che rimane affascinante nel suo impenetrabile Segreto raffigurato da Kim Ki-duk, laddove la piena immersione nel tourbillon di sensi estasiati si realizza grazie alla non
banalità di inserzioni sonore ricercate; la musica, che gioca tra diegetico e non, reiterata, diventa precetto, ordinata misura, pertinente annunciazione.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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