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La Rabbia di Pasolini1h 21'
Regia: Pier Paolo Pasolini - Realizzazione: Giuseppe Bertolucci In un passaggio de "Le confessioni di un poeta", e nel corso di una celebre intervista
realizzata per la serie "Cinéastes de notre temps", l’intellettuale Pasolini provò a denunciare i violenti attacchi subiti,
durante i primi anni ’60, da coloro i quali egli definiva "i qualunquisti e i moralisti", suoi acerrimi nemici di sempre. Non
erano ancora i tempi dei je accuse da corsaro, ma già il poeta friulano, trapiantato a Roma, si era fatto conoscere come personaggio
scomodo ed anticonformista, divenendo il facile bersaglio di un sarcasmo reazionario, modello "Settimana Incom". I servizi di
"Caleidoscopio Ciac" e di "Ieri oggi domani", tra il 1960 e il 1966, non risparmiarono insinuazioni e battutacce nei confronti
dell’autore di Accattone, considerato volgare dai benpensanti. A tale affondi, Pasolini reagiva con aristocratica eleganza,
utilizzando con stupefacente pazienza e lucidità la sua tagliente dialettica. Nei suoi riguardi lo sfottò si fece crudele in
un film diretto dall’umorista Dino Verde nel 1963, Scanzonatissimo, derivato da uno spettacolo teatrale dove si metteva
alla berlina il mondo politico di quegli anni, prendendo di mira principalmente leader democristiani come Fanfani e Moro e
allargando il tiro su figure come Nilde Iotti, Nenni e Michelini. In uno degli sketches di questo goliardico pastiche, Antonella
Steni ed Elio Pandolfi parodiavano postmodernamente i luoghi comuni sull’antica Roma alludendo alle doti di particolare scopritore
di talenti del poeta–cineasta, allora in auge per lo scandalo dell’episodio di Ro.Go.Pa.G., "La ricotta", interpretato
da Orson Welles doppiato da Giorgio Bassani. L’Italietta qualunquista e moralisteggiante, in preda all’euforia illusoria del
Boom, in quegli anni Sessanta spargeva i suoi veleni censori, contrastando l’eccezionale vitalità della nostra letteratura e
del nostro cinema.I frammenti delle testimonianze e quello dello sketch sono stati utilizzati come sigillo per la versione restaurata de La Rabbia, il pasoliniano film–saggio che ebbe non pochi problemi alla sua uscita. Il sottotitolo di questa encomiabile operazione recita: ipotesi di ricostruzione della versione originale. E di ipotesi, infatti, si tratta, nata da un’idea di Tatti Sanguineti realizzata da Giuseppe Bertolucci con la consulenza scientifica dell’Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini". Presentato come evento speciale all’ultima edizione della Mostra di Venezia e distribuito dall’Istituto Luce, questa lunga scheggia emblematica del vigore appassionatamente polemico del nostro più grande poeta civile, è una freccia che ha come bersaglio le coscienze delle nuove generazioni. E’ l’esempio di come si possa raccontare con lucidità il proprio tempo utilizzando le armi estetiche offerte dal cinema mescolando il sentimento laico e quello religioso, la prosa e la poesia, la razionalità e la passione: e questo in nome della verità, mostrando di questa l’essenza profetica. La vicenda produttiva de La Rabbia ha origine nella prima metà del 1962, quando un piccolo produttore di nome Gastone
Ferrante (direttore di "Mondo Libero", una serie di cinegiornali a cadenza settimanale prodotti tra il 1951 e il 1959) ebbe
l’idea di realizzare, a partire dal proprio archivio di servizi, un documentario sulla scia del successo di Europa di Notte
diretto da Blasetti nel 1959. Avrebbe dovuto essere un film ad episodi, diretto da più autori, tra i quali Pasolini che in
quel periodo si accingeva a realizzare Mamma Roma. Ma il progetto si sviluppò diversamente: a Pasolini venne affidato
il materiale di "Mondo Libero" che egli decise di non utilizzare, dopo aver firmato un contratto con Ferrante il 16 luglio 1962.
Nella sua mente prendeva corpo l’idea di realizzare un "saggio di giornalismo cinematografico" utilizzando un proprio commento,
per metà in versi, affidando la voce off all’amico scrittore Giorgio Bassani, e l’altra metà in prosa, al pittore Renato Guttuso.
Solamente a film ultimato, nel febbraio del 1963, egli si scoprì affiancato ad un altro autore illustre, il conservatore illuminato
Giovannino Guareschi (che nel suo episodio affidò il commento alle voci di Carlo Romano e Gigi Artuso). La furbesca operazione
produttiva tendeva dunque a mutuare, nell’ambito del pamphlet polemista, la vena di Don Camillo contro Peppone, quella cioè dei
poli ideologici contrapposti, mettendo in un unico film, come recitava il manifesto pubblicitario, il Diavolo e l’Acqua Santa.
Distribuito dalla Opus Film, il film circolò pochissimo nelle sale: fu un flop che amareggiò moltissimo Pasolini, costretto a
scorciare la sua parte per integrare quella di Guareschi (in seguito, La Rabbia fu rieditata nei primi anni ’90).In questa nuova edizione, i curatori riescono (sia pure procedendo per "ipotesi") a restituire lo spirito e lo spessore dell’intenzionalità pasoliniana: quella di raccontare la Storia in forma di metafora, utilizzando la lingua della realtà che per lui era il cinema. Il cinema nella sua essenza è soprattutto montaggio, immagini a cui è possibile offrire l’ombra significante della parola poetica. Certamente, rimane il dubbio se tutte le sequenze reintegrate in questa versione di Sanguineti/Bertolucci siano quelle sacrificate per esigenze di produzione o quelle che Pasolini aveva deciso di tagliare. Ma è comunque una preziosa occasione, questa, per rivedere nella sua compiutezza un’opera cinematografica straordinaria sorretta da un’ispirazione nobilissima, didattica ma non didascalica, analitica ma non esemplificativa, criticamente politica ma non strumentalmente ideologica ed in più assai emozionante e coinvolgente. Tutte queste suggestioni sono ben introdotte, in questa edizione, dallo stesso Giuseppe Bertolucci che racconta le traversie produttive del film. Negli iniziali, inediti, primi sedici minuti, La Rabbia ci mostra i solenni funerali di Alcide De Gasperi del 21 agosto 1954 contrapposti alle immagini di un’altra cerimonia funebre del febbraio dello stesso anno, quando ritornarono in Italia le ceneri dei soldati caduti, durante la Seconda guerra mondiale, a Cefalonia. In questa prima parte ricostruita, la colonna musicale è l’Adagio in Sol Minore di Tommaso Albinoni, la lettura in poesia è di Valerio Magrelli e quella in prosa dello stesso Bertolucci. Per l’edizione del 1963, Pasolini non si limitò ad utilizzare il brano di Albinoni ma, da buon ricercatore e sperimentatore, scelse di commentare le immagini con dei canti struggenti provenienti dalle rivoluzioni cubane ed algerine assieme a canti popolari russi e danze del secolo XVIII. La seconda parte sintetizza con straordinaria efficacia alcuni capitoli importanti della Storia del Novecento. Si comincia con la brutale repressione sovietica della rivolta d’Ungheria del novembre 1956 e con le immagini della quasi contemporanea guerra del Canale di Suez. Le sequenze che illustrano la liberazione delle ex colonie africane s’intersecano emblematicamente a quelle della rivoluzione di Cuba. Si passa poi dalla celebre incoronazione della regina d’Inghilterra all’ascesa di Dwight David Eisenhover a Presidente degli Stati Uniti, un evento che rappresenta un giro di vite della modernità come un’altra fondamentale elezione, quella simbolica che ha cambiato non solo la storia della Chiesa, di Papa Giovanni XXIII. Pasolini racconta inoltre la Russia di Krusciov e descrive con evocativa asciuttezza la lotta degli algerini per liberare il proprio paese dal dominio coloniale dei francesi. Un altro frammento struggente è dedicato alla morte di Marilyn Monroe (commentata dai celebri versi entrati a far parte dell’antologia maggiore del poeta) montato con le cronache dell’arrivo in Italia di Ava Gardner e con quelle che mostrano la nostrana Sophia Loren sul set del Polesine de La Donna del Fiume di Mario Soldati di cui Pasolini fu uno degli sceneggiatori. Nel suo percorso polemico sulle contrapposizioni socio–politiche dell’Italia di allora e di sempre, La Rabbia
si concentra ad enucleare le ragioni del Potere e quelle delle vittime dei tanti carnefici del sistema: risulta stringente in
tal senso, l’episodio della tragedia della miniera di Morgnano dove, il 22 maggio 1955, persero la vita ventitré lavoratori per
colpa dell’incuria dei loro padroni. Segnato dalle visioni funebri sugli impressionanti scenari della Storia (la minaccia atomica,
la sequenza delle stragi di Stato, l’esplosione della furia delle tirannidi nel Terzo Mondo, i corpi straziati delle morti
violente e i cadaveri sui tanti ponti tra i quali quelli in Corea, l’immagine di un bimbo abbandonato e quella della star bambina,
Marilyn appunto, travolta nelle spire del giogo hollywoodiano), Pasolini decide di chiudere il suo lancinante ed addolorato
pamphlet poetico con l’impresa del cosmonauta sovietico German Titov, la conquista delle sue diciassette orbite visitate dal
6 al 7 agosto 1961, che Krusciov volle festeggiare platealmente come primato da opporre ai rivali americani. E’ lo sviluppo
senza progresso che Pasolini annuncia con inquietudine da visionario e con la lucida amarezza di chi "sa ma non ha le prove".Questo film è la testimonianza bruciante del suo talento di polemista in seguito dispiegato senza risparmio, da autentico lottatore capace di utilizzare tutti i linguaggi dell’arte per spezzare lance ed alimentare proficui dissidi intellettuali, gettando il proprio corpo di poeta nell’agone di una società malata, quella italiana, già sedotta dal vortice mediatico di quell’"arma", allora nuova, che era ed è la televisione, utilizzata come oppiaceo per le masse da omologare, per i sudditi destinati alle devastanti lusinghe del consumismo. Tutto questo può leggersi, ancora oggi, ne La Rabbia scoprendo l’essenza flagrante e vivacemente provocatoria di quell’urlo poetico. Di questa lezione di stile, da riscoprire su grande schermo nella sua integrità, saranno presto disponibili in DVD le versioni del 1963 con la parte ironicamente beffarda di Guareschi e successivamente questa dell’ipotesi pasoliniana annunciante il baratro che attualmente continuiamo a contemplare. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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