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Io, Loro e Lara1h 53'
Regia: Carlo Verdone Una cosa è certa: Carlo Verdone è un gran simpatico. Lo è fin da quando ha saputo trasferire le
sue esilaranti e feroci macchiette dal piccolo al grande schermo trasformandole (e questa è dote non comune alla stragrande
maggioranza dei suoi emuli) in personaggi, ora da farsa ora da commedia, tutti egualmente dotati di un retrogusto tragico,
sulle orme di quelli che fecero grande l’Albertone nazionale che, da trent’anni, è il fido maestro riconosciuto di Verdone
stesso.Da tempo, ormai, l’attore e regista, nato e cresciuto nell’alveo del cinema puro (grazie al padre, il compianto critico Mario e al suo primo produttore Sergio Leone), ha saputo ridefinire la propria presenza autorale votata al successo attraverso commedie acri (Compagni di Scuola) o argutamente sentimentali (Maledetto il Giorno che ti ho Incontrato) senza rinunciare all’ironia e al disincanto, descrivendo nevrosi contemporanee inscritte nel paradossale contesto di un’Italia che, nel frattempo, ha cambiato i propri connotati sociali, ideologici, culturali assieme al proprio paesaggio non solo urbano che, come i suoi film ci mostrano implacabili, si è inesorabilmente degradato. Scritta con i suoi sceneggiatori Francesca Marciano e Pasquale Plastino, quest’ultima fatica del Verdone affrancato dalle sue maschere e intitolata Io, Loro e Lara, sembra soprattutto l’amara constatazione di un andazzo irredimibile, di uno svuotamento ineffabile che condiziona la quotidianità delle cosiddette "persone normali", soggiogate dall’afasia provocata dalle contemporanee regole del gioco di un mondo governato dal profitto, dall’alienazione e da un perverso infantilismo. La crisi che Verdone ci racconta con leggerezza da umorista vero (e con un ascolto sempre crescente ai modi e ai ritmi della maniera francese di fare la commedia) è quella che ha inciso sui costumi collettivi come sull’identità individuale, riducendoci a cittadini della "patria dei cachi" pronti a chiedere indulgenza e a piangere sul (troppo) latte versato. Una discesa agli italici inferi di cui Verdone stesso si fa protagonista in abito talare, attraverso il personaggio di Padre Carlo Mascolo (che gli si attaglia appieno) missionario per autentica vocazione in terra d’Africa, spinto ad un ritorno a Roma da un’attanagliante crisi spirituale, forse un senso di vanità (vanitas vanitatum) che induce il suo superiore a consigliargli l’abbandono degli umili e una momentanea pausa di riflessione al calore degli affetti della famiglia. Naturalmente, il calore agognato è solamente un miraggio, le braci familiari sono spente e il fuoco
che cova sotto la cenere rischia di emanare vapori tossici. L’anziano capofamiglia Alberto (il gran virtuoso Sergio Fiorentini,
bravissimo) abita nel suo appartamento condiviso con la neo–moglie, la robusta badante ucraina Olga (Olga Balan), che gli ha
fatto dimenticare la condizione di vedovo rinfocolando vezzi giovanilistici anche per mezzo d’ineffabili lezioni di danza latino
americana. Insomma, siamo dalle parti delle "indiscretezze" piccolo–borghesi alla Almodóvar che imbarazzano non poco il missionario
costretto a rivolgersi al fratello Luigi e alla sorella Bea per un conforto. Ma Bea (spiritosamente interpretata da Anna Bonaiuto)
è una psicanalista esaurita preda di una figlia depressa che segue tendenze "emo", di derivazione punk–rockettara, mentre Luigi
(Marco Giallini che affronta la prova con bella misura) è divenuto un broker cocainomane. Entrambi sono accumunati da una giusta
preoccupazione per le sorti del padre nelle mani di Olga che, infatti, con prostranti sedute danzerine e sottraendo cardiotonici
aspira alla facile eredità del patrimonio familiare. Il vaso di coccio Carlo si scontra con la caotica sordità del proprio
disperato nucleo di ferro, restio ad ascoltare i suoi consigli, protervo nell’esibire la volgarità estrema di un fallimento
esistenziale che conduce all’autodistruzione. Fino a quando, una notte, l’allarme telefonico di un vicino del padre annuncia
lo sconvolgente evento della dipartita della badante.E qui entra in scena la Lara del titolo, misteriosa ed affascinante presenza (fuggevolmente apparsa nell’incipit), che è figlia di Olga, capace di condurre ulteriore turbamento e scompiglio con un candore trasgressivo in grado di minare il già fragile equilibrio del gruppo di famiglia e del sempre più annichilito protagonista. Costruendo in crescendo la progressione grottesca della sua commedia morale, Verdone concentra su
questo personaggio (interpretato con disinvolta perizia da Laura Chiatti), la sua attenzione di compositore per concedersi
affondi satirici, riflessioni caustiche e la sempiterna meccanica del gioco degli equivoci buona a strappare qualche risata
di pancia. L’accorto mélange, assai congegnato, trova respiro in una regia morbida e affilata, capace di conferire al tutto
un ritmo irresistibile. Il velenoso piglio vignettistico che contraddistingueva la geometrica frammentarietà del precedente
Grande, Grosso e... Verdone lascia qui spazio a una sorta di spleen umoristico (paragonabile a quello di certo Woody
Allen) con richiami alle atmosfere amare che aleggiavano in Io e Mia Sorella, altra riuscita prova di Verdone. L’eleganza
disinvolta e l’antiretorica esibita dallo stesso regista che si fa attore, incarnando lo stupore mai passivo di un testimone
pretesco, richiama la doppia prova morettiana di La Messa è Finita, però con diversa temperatura e un finale che, al
contrario di quello di Moretti, suggerisce sia pur sottilmente un punto di fuga dalla disastrosa condizione: una macchia rosa
di ottimismo, atto di fede contro la devastante nevrosi dei parenti terribili di cui si rivela il patetico stato, incapaci
come sono di sottrarsi alle lusinghe della via economica alla felicità, cosa che si è sempre rivelata (almeno dai tempi di
Molière) infausta e per nulla garante di solida felicità. Verdone prova a chiudere il cerchio raccontando di un ritorno in
Africa del suo protagonista testardamente intenzionato a procedere nella sua missione di consolatore, e questo dopo avere
ritratto (persino con qualche punta di acredine) lo sfascio dell’Italia odierna con le sue modeste degenerazioni che sanno
invitare a nozze apocalittici e integrati. La leggerezza con cui l’ha fatto spinge all’ammirazione così come l’accorta direzione
degli attori, anche quelli secondari destinati a camei gustosi (come il caratterista Nicola Di Gioia o l’assistente sociale
di Angela Finocchiaro a cui è riservato un divertente duetto nella zona più scatenata del film).Ed ecco il miracolo che l’arte della commedia, di antica matrice teatrale, riesce sempre a rinnovare, trasformando il sorriso in riflessione, l’inconsapevolezza nel suo contrario, sottolineando un giudizio che può farsi implacabile senza mai dimenticare la pietas che ci fa tutti umani e alla ricerca di un perdono possibile. © 2010 reVision, Francesco Puma |
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