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Lagaan3h 40'
Regia: Ashutosh Gowariker Lagaan è la tassa che i contadini indiani protagonisti del film, devono pagare al Rajah, il quale a sua volta deve utilizzarla per
pagare la protezione, dai Rajah nemici, dell'Esercito Britannico di Sua Maestà la Regina Vittoria. Un modo come un altro per acquisire potere.
Periodo di massimo splendore dell'Impero Britannico, la fine del secolo XIX è il tempo in cui è ambientato questo affascinante kolossal indiano, produzione Bollywood doc. Sappiamo che l'India è il maggior Paese produttore di film al mondo, potendo confidare su una vasta utenza interna desiderosa di melodrammi musicali a lieto fine, ma con una lunga e tortuosa storia che allontana i protagonisti dalla felicità. Più lungo è il tempo per raggiungerla, maggiore la soddisfazione. Lagaan dura più di tre ore. Forse ingiustificate per noi, ma certamente ore che scivolano senza farsi sentire. Nella maniera più puramente bollywoodiana, il film è dramma, commedia, musical, insomma per essere tutto questo più di tre ore a ben vedere sono più che giustificate. La presenza di così tanti elementi è tipica di un cinema, quello hindi, che storicamente doveva adempiere tutte le esigenze legate allo spettacolo, non potendo avere in India altro che il cinema quale intrattenimento a basso costo per il pubblico. La canzone, soprattutto, meglio se la voce non appartiene agli attori, in modo che i beniamini dello spettatore possano essere presenti in maggior numero possibile: l'attore e il cantante. E' il cinema popolare indiano (tanto diviene difficile liquidarlo con la definizione musical, che per noi è un genere specifico). Le storie, come nel caso di Lagaan, rispondono anche ad un'altra esigenza: basandosi sulla vita quotidiana della maggioranza del pubblico, con i suoi drammi, le piccole gioie e quant'altro, le vicende dei protagonisti, veri e propri eroi, realizzano il desiderio di chiunque di loro, ossia vedere una storia che potrebbe appartenergli concludersi con l'auspicabile lieto fine. 220 minuti, dunque, in gran parte dedicati ad una partita di cricket (che d'altronde ha una durata massima di tre giorni) tra soldati
inglesi e contadini indiani. Una sorta di Fuga Per La Vittoria, dove in ballo c'è la sopravvivenza di un'intera provincia. E, infatti, il film non potrebbe esistere
senza le sue argomentazioni sociali e storiche, senza l'odio per gli inglesi usurpatori della libertà - troppo illusoria la bontà del Rajah, tanto vicino alle esigenze
dei suoi sudditi -, senza quella rivalsa degli oppressi menzionata dal personaggio più simpatico, il santone del villaggio, senza anche quell'altra sfida - questa volta
tutta interna al sistema sociale indiano - alla divisione rigida delle caste che impedirebbero, ad esempio, il coinvolgimento nella squadra di un intoccabile (un handicappato)
con la grande dote del lancio ad effetto dato dalla sua mano destra menomata. Bhuvan è colui che riuscirà a risolvere ogni problema, perché Bhuvan (Aamir Khan) è l'eroe,
all'inizio osteggiato dai suoi compagni per aver accettato la sfida del terribile capitano Andrew Russel: la vittoria per i contadini significherebbe la cancellazione della
lagaan per tre anni, al contrario la lagaan aumenterebbe tre volte tanto il suo valore. Sfida impossibile? Film di questo tipo hanno la risposta sin dall'inizio, ma non
è questo che importa. Ha invece importanza narrare la competizione tra i due oppositori - nata durante una battuta di caccia del capitano -, importa la storia d'amore tra
Bhuvan e la dolce Gauri, quello impossibile di Elisabeth, sorella del capitano, per il nostro eroe - la quale si offre di insegnare ai contadini le regole del cricket -
e il tradimento di un altro grande nemico di Bhuvan, innamorato folle di Gauri. Soprattutto hanno importanza le bellissime sequenze di danza e canto - dove si opera
l'unica sintesi del film, quando l'amore di Bhuvan e Gauri si rivela, contrapponendosi alla felicità di Elisabeth per aver finalmente confessato il suo amore a Bhuvan,
il quale però non comprende l'inglese (l'ironia è involontaria, poiché non ve v'è traccia nel film!). E' chiaro che una commistione di "generi" pretenda una regia flessibile. Delicata, leggera durante le coreografie e gli sguardi amorosi, pomposa e temibile nei momenti topici - il lancio della sfida, l'arrivo di uno sconosciuto. Regia pulita, chiara, prevedibile, che avvince. A film concluso si può comprendere la soddisfazione del pubblico indiano. Le canzoni, per noi incomprensibili non essendoci sottotitoli, girano nella testa per un bel po', le immagini nitide e colorate s'imprimono nella memoria appagando il senso visivo quanto basta per scoprire che offrire più di tre ore a questo film ne è valsa la pena, infine si riflette sul fatto che Bhuvan somiglia tanto a Tyrone Power, con un pizzico di Tony Curtis che non guasta mai. © 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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