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Ladykillers1h 44'
Regia: Ethan e Joel Coen Cinema come gioco di tempi. Ciò che veramente stupisce in Ladykillers è la sua disinvolta sovrimpressione di presente e passato.
Film contemporaneo e film in costume convivono, senza bisogno di flashback, nel medesimo universo narrativo: una doppia cronologia che traspare
negli scoperti “dislivelli” dei linguaggi, delle musiche, e soprattutto delle scenografie. Nella linda magione dell’anziana signora Munson, nel viale alberato del suo quartiere, negli interminabili gospel della sua chiesa, nell’ufficio dello sceriffo, galleggia un Tempo targato anni ‘30, pietrificato e immobile. Nel caveau del casinò, nei ristoranti, nei campi di football, sui set pubblicitari, scorre invece un Oggi ansiosamente in divenire. È questo l’ultimo incanto manieristico dei Coen: un falso film storico, un set dove ogni porta spalancata e ogni salto di montaggio sono il varco verso una nuova dimensione. Il vecchio Mississippi di Fratello, Dove Sei? era un sogno esplicitamente declinato al passato; Ladykillers scopre invece che quel paesaggio è ancora tra noi: si è solo nascosto tra quattro mura. Il sedicente ensemble dei ladri-musicisti che deturpa la quiete di Miss Munson incarna l’irruzione del presente in un luogo dove gli orologi sono fermi da anni. E tra queste due correnti temporali in paradossale incrocio, si insinuano altri tempi minori: i brani rococò dell’ensemble (non eseguiti dai vetusti strumenti dei gaglioffi, bensì da un prosaico stereo portatile), le liriche di Poe, l’antiquato idioma del professor Goldthwait Higginson Dorr... Figlio di un internato in manicomio (dove tempo e spazio restano concetti nebulosi), Dorr è il forbito trait d’union tra le due epoche: sebbene del tutto estraneo alla placida retrodatazione della città, le sue parole e il suo abbigliamento rimandano chiaramente ad un evo remoto saturo di letteratura e cinema. Dorr è il terzo dei fratelli Coen, viaggiatori del tempo filmico e professori emeriti adoratori delle lingue morte, perennemente in cerca di generi decrepiti e inerti ai quali donare nuova vita, come sognava Poe col suo “ritratto ovale”. La prima lingua morta è la narrazione, logoro balocco da smontare. Dopo aver illustrato il mondo piccolo della signora Munson e
l’arrivo del professore, la trama cambia improvvisamente rotta per tornare al “presente”. Seguono quattro sequenze (completamente
autonome l’una dall’altra) che introducono quattro personaggi senz’alcun legame tra loro. Stacco. Si torna dalla Munson che va ad
aprire la porta: appare il professor Dorr seguito dai quattro ceffi appena presentati, che solo ora identifichiamo come componenti
della banda. Quanto cinema contemporaneo (sempre premuroso di rendere digeribile ogni svolta) si permette ellissi così ardite?
La seconda lingua morta è la grammatica del cinema. I Coen recuperano una figura abusata come il flashback e la convertono in un
enigma barocco sulla relatività del tempo. È la sequenza in cui il giovane Gawain striscia tremebondo alle spalle della vecchia,
seduta accanto al camino; pare ormai deciso ad ucciderla... quando, ai suoi occhi, la scena si trasforma: al posto della vittima,
ora c’è sua madre che guarda “I Jefferson” alla Tv. Tre ere lontanissime, tre periodi distinti dell’iconografia afro-americana si
comprimono nella stessa inquadratura: un presente quasi ottocentesco cede il posto ad un passato prossimo tipicamente “anni ’80”,
il tutto sotto gli occhi del Marlon Wayans di Scary Movie. Ma qual è il vero oggi e qual è il vero
ieri? È qui il centro di gravità del film: come nelle stanze polverose di Psycho e Shining, anche nella villa di
Ladykillers le ore hanno smesso di scorrere e sono riparate in cantina. Vedova da vent’anni, Miss Munson parla ancora col
ritratto del marito come se fosse ancora vivo (e infatti cambia spesso espressione). Sotto il ponte della città, scorre instancabile
la stessa chiatta stracarica di rifiuti. E tra qualche decennio sembreranno più vivi i neri dei Jefferson o quelli di Mark Twain?
Sembrerà più attuale il 1930-2004 di Ladykillers o il 1955 de La Signora Omicidi da cui è tratto?In bilico su questo gorgo temporale, il tunnel scavato dai ladri è un ritorno al futuro. Un cordone ombelicale che lega la nostra realtà sporca e grossolana alla finzione arcaica e pittoresca nella quale Miss Munson è volontariamente prigioniera. L’ultimo saggio teorico dei Coen (che alla critica italiana è sembrato così “leggero” e “disimpegnato”) fa esplodere questo impenetrabile muro, lasciando convivere sullo stesso palcoscenico pacifici personaggi e turbolenti spettatori. © 2004 reVision, Dante Albanesi |
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