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Lady in the Water1h 38'
Regia: M. Night Shyamalan Come la piscina di Sunset Boulevard era un viaggio attraverso il cinema classico moderno futuro, così nella piscina del condominio
"The Cove" Lady in the Water si specchia in se stesso. Si racconta e si osserva raccontare. Cinema come Riflesso, nella sua duplice accezione "visiva" (raddoppio
dell’immagine) e "intellettuale" (introspezione nella propria forma). Un film d’acqua (quella di Unbreakable in cui sprofonda Bruce Willis
supereroe per caso, quella di Signs che inaspettatamente stermina gli alieni...), un corpo esposto ai raggi X, creatura impalpabile della
quale s’intravede l’interno, come certi pesci dei fondali. Smontato come un cruciverba, pienamente "a vista" come la struttura razionalista del palazzo in cui è ambientato.Lady in the Water è l’8 ½ di Shyamalan, compendio e superamento di tutta l’opera precedente. Tanto da inserire tra i personaggi un compassato critico cinematografico, che cataloga con freddezza da etologo i brandelli di realtà che gli passano dinanzi agli occhi (sarà poi ucciso, proprio come in Fellini, in una scena che sa di "sacrificio rituale"); tanto da inserire anche il regista, non più relegato ai camei hitchcockiani (seppur determinanti nella trama) delle opere precedenti, ma promosso a vero e proprio co-protagonista, nel messianico ruolo di uno scrittore che muterà il corso degli Eventi. Grande strutturalista del cine-racconto (al pari di Lynch, Tarantino, Almodóvar e pochissimi altri), Shyamalan non sa immaginare cinema senza una "Story", la messa in immagine di trame ambienti caratteri motivazioni. E dopo aver creato con The Village un inattaccabile diamante narrativo, l’unico possibile e temerario passo avanti era quello di creare un anti-Village, pietra grezza magnificamente slabbrata, smontata, provocatoria, come solo Godard o l’ultimo Wenders o l’ultimo Greenaway si sono permessi. Senza un vero soggetto, senza una figura centrale, annacquato di svolte e false piste; senza i ribaltamenti finali a cui ci aveva abituato (qui la sorpresa sta nell’assenza di sorpresa); senza quella calibrata esitazione tra i regni del razionale e del soprannaturale (vedi Tzvetan Todorov, "La letteratura fantastica") che costituiva l’ossatura del suo stile: qui l’intreccio rimuove ogni dubbio e dopo i primi venti minuti mette pianta stabile nel meraviglioso. Il magma di Lady in the Water rivela molteplici elementi: suggestioni religiose (tra buddismo e Vecchio Testamento, per sfociare in
ardite escatologie new age), terrori globali (guerre permanenti in sottofondo su ogni schermo televisivo), trionfo della società multietnica (aperta al mondo e allo stesso tempo
serrata in angusti condomini, dotati di moquette ma con divieto di fumo), elogio della famiglia alternativa (nessuno degli appartamenti di The Cove ospita la canonica trinità
padre-madre-prole), teorema antropologico (l’allontanamento dall’acqua, dalla Natura, ha segnato per la civiltà umana l’inizio della barbarie), saggio di narratologia (vedi
Vladimir Propp, "Morfologia della fiaba")... É un microcosmo di periferia, che si lascia vivere mentre altrove qualcuno di meno abulico e più insensibile deciderà le sue sorti
(Von Trier con Dogville e Manderlay racconta esattamente la stessa storia, e la trasversale presenza di
Bryce Dallas Howard non è casuale). Una comunità inoperosa, atterrita da tutto ciò che è esterno (è l’eterno soggetto di Shyamalan), bolla chiusa di spazio che ammazza il tempo
in chiacchiere, discoteche, enigmistica, antiche favole cinesi, velleitarie ambizioni artistiche e interminabili soste in bagno: Lady in the Water è La Finestra sul
Cortile che il terzo millennio si è meritata. Ma se il cattolicesimo pragmatico di Hitchcock conferiva allo sguardo di James Stewart, alla sua capacità di indagine, al suo
ottimismo nel voler dare un Ordine all’universo, un potere risolutore destinato al successo, il misticismo postmoderno di Shyamalan coniuga invece la salvezza del mondo in una
chiave ultraterrena popolata da aquile redentrici e improbabili scimmioni giustizieri. Da questo punto di vista, siamo dinanzi a un film profondamente sarcastico e disperato.Per questo, più che una fiaba, Lady in the Water è la speranza di una fiaba, l’impossibilità di una fiaba, il tentativo (che è quello del poema eroicomico moderno, da "Don Chisciotte" in poi) di crearla artificialmente e impiantarla nel presente più antifiabesco che ci potesse capitare. Paul Giamatti porta in sé l’avvilito scetticismo dell’uomo medio spielberghiano che era già stato di Richard Dreyfuss in Incontri Ravvicinati e di Robin Williams in Hook: un "ateo" che, suo malgrado, viene costretto a credere. La morale (perché una morale è in ogni favola, per quanto contorta e autoparodica essa sia) è che non possiamo illuderci di essere soli: il mondo, prima o poi, verrà a farci visita. Che anche il più casuale dei nostri gesti potrà farsi segno nel più imperscrutabile dei modi. Che libertà non è stare in cima a un condominio, libertà è partecipazione. Che anche i critici cinematografici hanno uno scopo (quando evitano di farsi sbranare). Borges racconta di un vecchio esattore ebreo che cammina per la strada e non sa che l’unico scopo della sua esistenza è farsi notare solo per un attimo da un giovane attore che vent’anni dopo scriverà di un mercante di Venezia chiamato Shylock. E allora c’è una remota possibilità, infinitesimale ma irrinunciabile, che la frase che sto scrivendo QUI e ORA potrà cambiare le sorti del mondo; o magari regalare a Shyamalan uno spettatore in più. © 2006 reVision, Dante Albanesi |
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