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La Classe - Entre les Murs

Entre les Murs - 2h 08'

Regia: Laurent Cantet



Le mura del titolo originale de La Classe, Entre les Murs, sono quelle della scuola parigina del ventesimo arrondissement, quartiere di emarginazione postmoderna, frutto delle tortuose regole del neocapitalismo industriale. Dentro queste mura, oggi, alberga l’antico "seme della violenza" che non ha più i connotati manichei di una vetusta opposizione razziale: qui la multietnicità è di casa e la metafora muraria non può che alludere alle imperscrutabili stanze della mente e dell’anima di ventiquattro tra ragazzi e ragazze che popolano l’aula di una scuola media superiore. E’ la "classe" sulla quale si è posato l’acuto sguardo indagatore di Laurent Cantet che con questo film si è meritatamente guadagnato la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Un elogio alla faticosa progettazione dell’impalcatura educativa nell’era del vuoto pneumatico di valori condivisi e debolezze ostentate: la testimonianza di uno sforzo umano, anzi umanissimo, che sfida l’afasia imperante per scavare nelle coscienze adolescenti allo scopo di piegare alla ragione ogni istinto di fuga.
L’aula ripresa in digitale, con un uso analiticamente materico dell’alta definizione, diviene il centro nevralgico di uno stringente ed emozionante confronto d’identità. Non è più tempo dei metodi del maestro Bruno Cirino nel lontano "Diario" ambientato al Tiburtino, né tantomeno degli "attimi fuggenti" a rimorchio della retorica del "Capitano, mio capitano". Per insegnare la grammatica dell’empatia, in questa "lotta di classe" che prepara i giovani all’aspro confronto con la giungla del sociale, occorre instaurare la disciplina del controllo e del rispetto, mantenendo le necessarie distanze tra docente e allievo. E’ nello spazio riconquistato di questa autorità, però refrattaria ad ogni autoritarismo, che l’insegnante si trasforma in un padre preziosissimo ed illuminato. Nella sua capacità di trasmettere il valore della parola, assieme alle infinite possibilità che offre il suo intelligente utilizzo, sta il segreto di una strategia didattica profondamente dirompente.

Nel celebrare la sua laica liturgia sul valore (oggi più che mai in gioco) delle parole, Cantet ha chiamato un maestro vero per il suo potente, incantevole mix tra fiction e documentario: a salire in cattedra è il trentasettenne François Bégaudeau, con alle spalle un’esperienza giornalistica anche da cronista ed autore di quattro romanzi tra cui quello da cui il film è tratto, al quale ha collaborato per la sceneggiatura a fianco di Robin Campillo e dello stesso regista.
François, anomalo insegnante di francese, evita di ostentare la propria funzione, stimolando continuamente i propri alunni, facendosi presenza trasparente e, nel contempo, essenziale. Suggerisce, indica, sollecita l’attenzione, usando come mediazione preziosa "Il diario di Anna Frank", bruciante testimonianza dell’affermazione di un’identità, libro di cui si propone una lettura individualmente speculare, affinché ogni allievo possa riconoscersi in esso imparando a conoscere sé stesso. In questo caso l’invito al rispecchiamento non invoglia alla percezione di un’individualità storicizzata, come nel caso di Freedom Writers, commovente film di Richard LaGravanese dove l’insegnante Hilary Swank prova a scuotere la sensibilità dei propri allievi, abbrutiti dalla condizione precaria di un quartiere–ghetto americano, utilizzando lo stesso libro ad indicare l’assonanza con la quotidianità tragica che segnò l’esperienza della Shoah: l’esperimento di François mira semmai a sviscerare le potenzialità espressive ed autocognitive in nuce nella vivace classe che costituisce l’oggetto della sua missione. Scomponendo e poi ricomponendo la retorica piana della quotidianità, ripensando l’utilizzo delle frasi e delle parole comuni riformulandone e rivivificandole al computer, pure con l’utilizzo di fotografie scattate in famiglia, può ottenersi il miracolo di una rinnovata consapevolezza. E poi c’è lo studio della poesia, della parola che si fa mistero in metrica, attraverso terzine ed epigrammi, strumento di una concreta musicalità capace di coniugare lingue di razze diverse sintetizzandole in una coloritura unica che invita al dialogo e alla solidarietà sincera. Tale percorso fa sì che un ragazzo cinese, Wei (Wei Huang), trasformi la propria incerta padronanza del francese in un’occasione dialettica che lo mette in luce come studente modello.

Sono tutti sapientemente variegati i caratteri esemplari degli allievi del film–laboratorio di Cantet, accuratamente selezionati dalla massa di 3000 candidati ai ruoli previsti dalla sceneggiatura, capaci d’incarnare naturalmente i loro personaggi e di partecipare attivamente al film condizionandone i dialoghi e diventandone la struttura portante. C’è Arthur (Arthur Fogel), fiero della sua trasandatezza dark con un ciuffo che arriva a nascondergli lo sguardo; c’è Esmeralda, resistente e petulante fino allo spasimo, pronta a difendersi con aggressività dal proprio esplosivo contesto ed infine ispirata interprete di una visione del mondo filtrata attraverso "La Repubblica" di Platone; e c’è Khoumba (Rachel Régulier) che incarna, con le sue ragioni, la necessaria figura antagonista. Sì, perché la sottile traccia che lega la sostanza di questo arguto teorema filmico mette in evidenza la dimensione conflittuale instauratisi tra chi detiene il potere del controllo della parola e chi aspira ad impadronirsene o a neutralizzarlo. E’ una vera e propria contesa attorno all’impervia zona del significato da conquistare, e questo perché i sensi possano essere veicolati dal senso dell’individualità e delle sue potenzialità espressive: usare correttamente le parole non può che condurre ad un’efficace interpretazione delle cose e del mondo. Ma il linguaggio può anche essere una trappola: ad esempio, diviene sufficiente, nella codificazione didattica, la dicitura "limitato a livello scolastico" per provocare la reazione offesa dell’allievo. Così come un meccanismo causale può essere messo in moto casualmente: François, pronto a confrontarsi per l’affermazione del proprio metodo anche con i suoi colleghi, subisce la riottosa avversione del ribelle di turno, Souleymane (Franck Keïta), originario del Mali già finito una volta in presidenza per la sua condotta e che, in occasione di un nuovo litigio, aggredendo l’insegnante colpisce involontariamente con lo zaino il sopracciglio di Esmeralda provocando la scomposta reazione dell’uomo che arriva ad apostrofare la ragazza con un termine offensivo (in italiano "sgallettata", in originale "racchia") insieme alla compagna di banco. Basta una parola infelice per provocare l’insinuante critica collettiva, all’interno delle mura della scuola, che arriva all’orecchio della pedagoga rischiando di legare la questione dell’espulsione di Souleymane al ruolo dell’insegnante stesso. Ed è ancora una volta attorno alla barriera del linguaggio che si consuma ogni decisivo confronto, anche generazionale: mentre François spiega il fondamento del proprio metodo di fronte agli altri docenti, è il ragazzo di colore a tradurre le parole della madre agli astanti che non comprendono la sua lingua.
Il magnifico gioco della retorica come elemento fondante della trasmissione del sapere: è su questa traiettoria tematica che La Classe si concentra a raccontare il rapporto tra ambiente e personaggi sondandone le qualità a distanza, mentre la macchina da presa restringe il campo quando deve catturare le emozioni e si allarga quando inquadra solo gli ambienti esterni. L’ultima sequenza dell’aula svuotata, con le sedie e i banchi non più allineati mentre dal piazzale si ascoltano gli schiamazzi degli allievi, avverte lo spettatore della ciclicità in divenire di quella condizione.
Le riflessioni e le emozioni vissute nel microcosmo "murato" della scuola appartengono ad uno dei capitoli della commedia della vita, al pari della rappresentazione del "Gioco del caso e dell’amore" di Marivaux messa in scena dai ragazzi della banlieue franco–araba de La Schivata di Kechiche, altro scenario emblematico del confronto generazionale e multietnico. La sfida culturale ed esistenziale lanciata dall’insegnante François alla sua classe mira a scovare, in un’epoca di degenerazioni dell’immaginario, il valore necessario del linguaggio e del pensiero. Pensare per vivere le proprie emozioni regalando loro una lingua: il vero miracolo è che tale assioma possa ancora essere leggibile su uno schermo, attraverso le immagini palpabilmente poetiche di uno splendido film come questo.

© 2008 reVision, Francesco Puma