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Sulle Mie LabbraSur Mes Lèvres - 1h 55'
Regia: Jacques Audiard La bellezza di una espressione cinematografica consiste spesso nella ricerca ossessiva di uno sguardo singolare nel tentativo
di sorprendere gli oggetti e le persone nella morsa d'interdipendenza con gli spazi. I luoghi del film di Audiard indicano già nel titolo una precisa concentrazione:
le labbra come territorio della parola ma anche del silenzio. I rapporti della protagonista Carla (Emmanuelle Devos) con il mondo esterno trovano nelle labbra una sorta
di filtro sottile ed indispensabile, perché a partire dalle labbra, dalla loro superficie e da impercettibili movimenti si sprigiona la parola, ma quella più veritativa,
che non si dice o non si sente. L'orecchio invece ha una funzione scomoda, tanto che è utilizzato a piacimento, l'apparecchio acustico infatti può essere spento quando
i rumori e i suoni diventano invadenti o fastidiosi. Le labbra sono sempre aperte allo sguardo, la vista allora diventa lo strumento fondamentale di interpretazione del
mondo. Il binocolo poi è un altro mezzo per vedere meglio, per scoprire ancora più a fondo e svelare.
Sulle Mie Labbra è la rappresentazione di questa audiovisione. In ufficio all'inizio del film, sono i suoni prepotenti delle macchine: il telefono, il fax, la fotocopiatrice, il computer. Poi la discoteca e le scene attutite dai decibel, come se la musica, i rumori, i suoni ottundessero lo sguardo. O al tempo stesso amplificassero l'attenzione di chi vuole agire, la costringessero ad una fatica nuova. Così lo spettatore, nella prima parte del film, è proiettato dentro la percezione di Carla,"sentire" quegli sguardi attenti sui particolari, sulle piccole cose che sono segni importanti. Il motivo per cui Carla è emarginata o si autoemargina è quella indole aggressiva che a lei manca per agire (ma è un coraggio ed una forza che sono interiori e quasi segreti), per conquistarsi un posto centrale, e non in disparte nel piccolo spazio dell'ufficio. L'incontro con Paul (Vincent Cassel) rivelerà questa coerenza e pragmatismo tra percezione ed azione. Paul, che è un detenuto sotto vigilanza, apprende subito il sentimento prevalente di Carla. Un sentimento di totale solitudine. Lo vuole colmare presto toccandole il seno, non è solo una avance sessuale, ma la reazione comprensibile di fronte a tutto ciò che quella sconosciuta sta facendo per lui. Prima lo assume nella ditta, non rivelando al suo principale che si tratta di un detenuto in libertà vigilata, poi gli procura un appartamento, quando scopre che lui dorme nel ripostiglio dell'ufficio. E poi quando i debitori costringeranno Paul ad architettare un piano per procurarsi molto denaro, sarà al suo fianco per partecipare pienamente al colpo. La seconda parte in effetti è un altro film, perché i due protagonisti hanno trovato già la loro fusione facendo coincidere visioni e silenzi. La sceneggiatura tenta di prolungare le incomprensioni tra i due segnalando il tradimento di Paul che ha un solo biglietto aereo per Johannesburg e quindi lascia intendere di non tenere al rapporto con Carla. Ma lo svolgimento riprende il nocciolo della percezione, ossia la misura dello sguardo che in fondo registra i movimenti, come la stessa libertà vigilata, da parte di chi a sua volta improvvisamente non vede più intorno a sé la propria moglie, e classifica l'evento come normale routine. Sulle Mie Labbra è
un film su tante apparizioni e sparizioni, la raffigurazione di un tessuto fragile, frammentato di momenti, e anche volti, espressioni, di registrazioni e ricordi, di
memorie impresse a volte ingannevoli, come nel precedente Regarde Les Hommes Tomber, titolo che guarda caso fonda il testo proprio sullo sguardo. Meno lacunoso
e meno affascinante, e anche meno noir di quel film, Sulle Mie Labbra affronta più chiaramente il racconto, trasmettendone i vari umori, mantenendo centrali le
variazioni di sentimenti tra i due protagonisti. Flusso che costituisce esso stesso la materia del thriller, ma che si diffonde anche all'esterno della coppia, attraverso
le descrizioni sempre più nere e torbide di altri personaggi. Come il responsabile della sorveglianza di Paul, osservato con il contagocce in una microstoria che è
davvero un mistero. I criminali spacciatori sono osservati dal punto di vista esterno e tuttavia l'inganno nei confronti del titolare del locale definisce perfettamente
i contorni di quel delirio d'impotenza, laddove l'unica difesa di fronte allo spazio puro e semplice della violenza corrisponde a ulteriore violenza. Il climax si
raggiunge con estrema semplicità ed il comportamento e le reazioni sembrano del tutto naturali. Audiard descrive senza pietà un mondo selvaggio, abitato da tanti
predatori, da quelli più piccoli e forse vili dell'ufficio a quelli più arroganti e volgari della criminalità. In questi spazi deve affiorare nei protagonisti, anche
nella maniera più brutale, tutto lo spirito e la forza d'adattamento necessari alla minima sopravvivenza.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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