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K-Pax2h
Regia: Iain Softley L'universo cinematografico contemporaneo manifesta attraverso i luoghi del
genere fantastico sentimenti prevalenti di fuga. Si potrebbe inferire perfino un collegamento,
anche se molto arduo, con il principio caro a Eisenstein di "ekstasis", vale a dire "superamento"
del "sé". Sono molti i punti in comune tra K-Pax e l'estremo tentativo
in alcuni film recenti di filmare la
soglia, di osservare la dimensione dell'Altrove. Pensiamo innanzitutto a
Contact: il luogo raggiunto dalla
protagonista Jodie Foster, reale o immaginario, era una dimensione intima dello
spazio tempo. Troppo intima per essere (ri)definita dalle normali conoscenze
umane, dai suoi sensi o dai più efficienti e potenti mezzi tecnologici.
Anche in K-Pax
troviamo il confronto diretto con lo spazio stellare, l'osservazione
astronomica con gli strumenti labili e indecisi della scienza. Le coordinate
dei pianeti sono immaginate dagli scienziati che li studiano. Le orbite e i
vari movimenti di soli e pianeti nelle galassie più
remote sono appena teorizzati. L'astronomia ha bisogno di metodi per sentire
qualcos'altro, più che per vedere lontano, per immaginare insolite possibilità.
Per sentire e per vedere più lontano basta un "contatto" col diverso.
Capiamo a questo punto che la funzione del "nuovo contatto" è
determinante per il superamento di sconosciute frontiere,
per trovare quel punto di fuga che dia un senso profondamente diverso alla
"vita terrena". La rappresentazione filmica descrive i luoghi del
vivere contemporaneo come insufficienti, convenzionali e zeppi di pregiudizi,
non adatti alla comunicazione con l'altro. La denuncia è chiarissima. Solo i
folli "ingenuamente" ascoltano Prot, tutti gli altri, che sono guarda
caso "dottori", quindi esponenti del modo di pensar razionale, hanno
perduto la possibilità di credere semplicemente a quello che sentono. Esemplare
in questo senso la battuta dell'astronomo amico di Powell, appena terminata
l'incredibile performance di Prot all'interno dell'osservatorio: (non testuale
ma più o meno): "non capisco cosa sia successo,
ma quello che ho visto non posso certo dimenticarlo". Si apre così un
profondo dissidio tra ciò che può essere (anche visto) e ciò che può essere
accettato perché risolto dalla scienza. Sappiamo pochissimo, anzi non sappiamo
proprio niente, cosa ci dà il diritto di considerare più importanti alcune voci
di altre?
E qui entriamo nel cuore della visione, perché la fantascienza non è al nostro
esterno nelle remote galassie, la fantascienza è già dentro di noi nel mistero
dell'essere umano. Nel suo libro sulla follia - "La follia, in poche
parole", pasSaggi Bompiani - il filosofo Pier
Aldo Rovatti inizia proprio così: ""Non so". Chissà, potrebbero
essere questi due monosillabi che ci dicono qualcosa di non banale sulla
follia." È in sostanza l'atteggiamento di apertura che dovremmo mantenere verso qualsiasi fenomeno.
Una posizione anche difficile, ambigua e, perché no, forse per molti
insostenibile (soprattutto per quei dottori che si riuniscono, sono seri di
fronte ai dati di fatto che conoscono, ma di fronte a
un "uomo" che vede gli ultravioletti forse dovrebbero almeno
stupirsi… ).Ancora Rovatti: "La follia come questione, se ce la poniamo, ci fa oscillare. Per non tradirla, sembra che dobbiamo sforzarci di stare in una strana posizione. Come se ci fosse di mezzo un ostacolo, o un piccolo muro, e noi dovessimo disporci con una gamba di qua e una gamba di là. Forse, ogni volta, vorremmo ritirare lo slancio e starcene di qua, e questo è ciò che normalmente facciamo (non solo i cosiddetti operatori, ma noi tutti, anche quando pensiamo di essere lontanissimi dal mondo della follia). Ma forse, quasi ogni volta, desidereremmo assecondare lo slancio e portarci con un salto al di là del muretto (un po' di follia, finalmente, nella nostra vita, senza neppure bisogno d'immaginarsi come uno di quegli artisti maledetti..." Insomma la follia corrisponde a una posizione di indecidibilità, di squilibrio che coincide nella totale dimensione di apertura alle "voci". Dall'altra parte alla domanda "Che cos'è la follia?", la follia è diversità oppure avere paura della diversità. Così vediamo più chiaramente i percorsi di Powell e Prot, la
loro opposizione potrebbe anche suggerire l'essenza del doppio, un'immagine che
è pronta a scindersi in due parti coesistenti e contrastanti. L'avventura
del diverso è poco metaforizzata per la presenza
tanto concreta dell'extraterrestre, quella x può essere la chiave di
un'esperienza molto più disturbante. Ma c'è un'altra ipotesi suggestiva.
Alcune sequenze del film ci fanno improvvisamente intravedere immagini
appartenenti ad altri film. Non si tratta invero di citazioni, ma di momenti
che si trasformano cambiando contesto, come se
appartenessero contemporaneamente a tutti i film. C'è una sequenza insolita che
non ha molto senso rispetto alla storia o almeno il legame con il racconto è
meno efficace rispetto al senso "alieno" della scena. Mi riferisco
alla sequenza in giardino nella casa dei Powell quando la percezione di Prot
devia, legandosi indissolubilmente all'immagine dell'annaffiatoio automatico
che si aziona impazzito. Sembra prelevata da David
Lynch e naturalmente da Velluto Blu e
al primo film Lumière L'Annaffiatore Innaffiato. La scena di regressione
ipnotica è abbastanza curiosa per almeno due motivi. Il primo è che è quasi
gratuita. Che senso potrebbe avere? Perché Prot ha
deciso di sottoporsi a ipnosi o comunque ha deciso che
è questo il modo con il quale rivelare a Powell la storia di quell'omicida
Porter (e perché questo nome, primitivo della storia del cinema e anagramma
incompleto di Prot?) di cui sembra aver preso i panni? Il secondo è che tale
regressione ci porta a una conclusione molto difficile
da comprendere. La regressione suggerirebbe la fine della soggettività, poiché
la fluttuazione di Prot in un altro questa volta è
definitiva, diventa esplicita. Già aveva fluttuato nei pensieri di tutti,
malati di mente e non ("malati di mente" come puntualizza Powell e
non "pazzi"), ma con l'ipnosi innesca un processo che non è la
scoperta del proprio sé, ed è questo il senso paradossale del viaggio
interiore, ma di un altro sé, e innesca perfino il viaggio, questa volta un
vero repentino spostamento di luoghi, in Powell, che raggiunto quello spazio
semantico del New Messico - quel west(ern), luogo dell'altrove in Viaggio
Verso Il Sole di Michael Cimino, col quale K-Pax ha molti
altri punti di contatto che riguardano le tematiche salvezza
e speranza come ha ben suggerito Federico
Chiacchiari -, entra definitivamente nella consapevolezza dell'altro.
Ma quando Powell torna dal viaggio non sono più chiare le
posizioni dei vari personaggi. Si ripiomba nella follia e nel mistero.
E tutte le porte o tutte le interpretazioni ci appaiono felicemente aperte.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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