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King Kong

3h 07'

Regia: Peter Jackson



Se il primo compito di un kolossal è innalzare scenografie immense, il secondo è introdurre un colosso che le distrugga. Perché le dimensioni contano. E King Kong è un gigante che stordisce, per quantità e qualità dei suoi segni.
Notevolissimo estro visivo, Peter Jackson è a tutti gli effetti un regista da cinema muto, con un talento quasi istintivo nel rendere eccitante e fotogenica qualsiasi sequenza; e fin troppo esplicita è la scena in cui lo sceneggiatore del film, una volta prigioniero a bordo della nave, trova alloggio soltanto in una gabbia, in mezzo agli altri animali: sull’arca del Cinema, la Parola è qualcosa da liberare solo se necessario. Ecco perché quando i personaggi di Jackson aprono bocca sono dolori: il vice-comandante della nave spiega al mozzo "Cuore di tenebra" di Conrad manco fosse un ricercatore di Harvard; e lo splendido crescendo finale viene guastato dalle solite ovvietà sulla Bella e la Bestia... Ma tali cadute sono brillantemente compensate da un non-spiegato che affascina, con l’assenza assoluta di quelle chiose (pseudo-)scientifiche che in questo tipo di film fungono da puntello agli scenari più improbabili.
Oltre a Kong, l’Isola del Teschio è infestata da dinosauri, serpentoni, ragni giganti e simili chimere; ma (cosa unica in un film d’avventura) nessuno se ne stupisce. Soltanto l’apparizione di Kong genera negli umani un senso di sbalordimento; gli altri mostri, invece, provocano soltanto terrore. Il dettaglio non è secondario, se si pensa che il motore dell’intera trama è l’ambizione del regista Carl Denham di sconvolgere il pubblico con qualcosa di mai visto. Ma il punto è che il mondo narrato da King Kong è pur sempre il mondo reale (vedi l’inizio "documentarista" sulla Grande Depressione del ’29); e nella nostra realtà un dinosauro vivo (Jurassic Park lo dimostra) farebbe infinitamente più scalpore di uno scimmione alto dieci metri. Eppure nessuno dei personaggi del film si pone questo dubbio, e le creature dell’isola fungono solo da temporanei antagonisti di Kong, per poi essere tranquillamente dimenticati. Con furbizia, la sceneggiatura rinuncia alla figura canonica dello scienziato (più o meno pazzo) che analizza il prodigio e si perde in spiegazioni dotte che farebbero perdere ritmo alla trama. Così, in assenza di soggetti raziocinanti, l’ambiguità resta: Kong è una meraviglia (l’ottava del mondo); il dinosauro è un animale pericoloso, ma soltanto un animale. In tal modo, Jackson dona ai suoi personaggi un’assuefazione al meraviglioso che è estranea al genere d’avventura ed è invece costitutiva della fantascienza.

C’è però, se preferiamo, una spiegazione poetica: i mostri che avversano Kong non producono stupore semplicemente perché li abbiamo già visti al cinema. Sono cose "vecchie", che il nuovo film è condannato a sorpassare. Così, doppiato il naufragio del Titanic, Jackson balza in sella al suo orangutango e annienta mezzo secolo di zoologia fantastica: i dinosauri di Jurassic Park, i granchi di Alien che si attaccano al volto, i vermoni di Dune... E nella sua truppa di sterminatori (due spasimanti e un borioso imbroglione: modello Guerre Stellari) arruola l’Adrien Brody di Polanski che ancora una volta sopravvive ad uno sterminio di massa, la Naomi Watts di Lynch che ancora una volta è disposta a tutto pur di fare l’attrice, e un Jack Black che pare l’incrocio somatico tra Jackson stesso e Orson Welles (il quale doveva esordire al cinema proprio con "Cuore di tenebra", impresa realizzata da Coppola quarant’anni dopo). Fino ad abbattere anche gli aerei di Howard Hughes (Hell’s Angels usciva proprio nel 1930), sui quali di recente è volato anche Scorsese. Tutti i sogni e gli incubi dello schermo sono qui, condensati nel cinema bulimico di Jackson.
Un cinema per il quale un’ora di galleggiamento narrativo nell’oceano è un sacrificio necessario, pur di raggiungere poche purissime epifanie ottico-sonore. Ann prigioniera nella mano di Kong, sballottata, distrutta, mentre il suo rapitore, le sue urla, i suoi peli ispidi, attraversano possenti e frenetici la foresta, il fruscio delle foglie e dei rami spezzati che piombano verso di noi. La rovinosa caduta slapstick dei brontosauri, immense montagne di carne scura che crollano una sull’altra. La delirante coreografia stile Hong Kong del combattimento con i due tirannosauri, in bilico su un precipizio percorso da lunghissime liane. Il ballo, tenero, maldestro, triste, dei due innamorati sulla pista ghiacciata del parco.
Un cinema che non ha, definitivamente, più nulla di ingenuo; che in modo coraggioso e sorprendente ignora il pubblico infantile; ma che è in qualche modo destinato alla ripetizione, al bramoso inseguimento di un passato da aggiornare e amplificare. Come una religione che per scuotere l’apatia dei fedeli ingrandisce a dismisura i propri templi. E in fondo, anche se non lo ammetterà mai, perfino Jackson è una citazione vivente: di Spielberg. Meno sentimentale, meno politico. Più cupo, più cinicamente ludico.

© 2006 reVision, Dante Albanesi