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Kolya



Kolya è il terzo lungometraggio del regista ceco Jan Sverak, quasi sconosciuto in Italia, ma già affermato nel suo Paese e già candidato al premio Oscar nel '92 con il film Elementary School e vincitore del Premio della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia nel '94 con il film ironico di fantascienza Accumulator I. Con questo film, distribuito dalla Lucky Red, il regista entra finalmente nelle sale cinematografiche italiane.
La storia di Kolya è ambientata a Praga nel 1988, quindi antecedente a tutte le vicende che portarono al crollo del comunismo. Con occhio vigile e ironico e una sensibilità profonda e, al tempo stesso, leggera, il regista narra la storia di Louka, uno scalcinato violoncellista. Cacciato dalla Orchestra Filarmonica Ceca, è ora ridotto a suonare ai funerali, probabilmente (fino quasi alla fine del film non si conosce esattamente il motivo) a causa di una divergenza con qualche funzionario di partito, dato il suo carattere, sin dalle prime scene molto ben delineato, un po' canzonatorio e anticonformista. Fatto sta che questo signore è talmente a corto di soldi che decide a un certo punto, mentre all'inizio era sembrato irremovibile, di accettare un matrimonio di convenienza con una russa, che però, una volta in possesso di documenti cechi emigra in Germania ovest dal suo amante, lasciando il figlio di cinque anni a Praga con la nonna, e il nostro protagonista a rischio di essere incriminato dalla Polizia Segreta. In seguito alla morte della nonna, inoltre, Louka si vede depositare a casa il piccolo Kolya, suo figliastro, che oltretutto è russo. Il rapporto tra i due segue un iter piuttosto comune: l'iniziale diffidenza e fastidio reciproci, il nascente affetto, l'amore padre-figlio. Ma questo percorso è raccontato con una tale simpatia e sapienza di scrittura e di immagini, da non lasciare mai la minima possibilità di gridare al polpettone melenso.

Inoltre il rapporto tra i due è reso ancora più interessante dal fatto che, dei due, il più forte appartiene al popolo più debole, oppresso, il piccolo Kolya, viceversa, al popolo degli invasori. Si intreccia così in maniera equilibratissima, sullo sfondo di un preciso e riconoscibile momento storico, una storia personale, intimista, e una sociale, ideologica, e come la prima riesce a non cadere nel sentimentalismo, la seconda, che più che parallela fa da sottotesto, non rischia mai di cadere nel manicheismo dei buoni e dei cattivi. E anche tra i nemici, quando gli invasori non sono identificati semplicemente da minacciosi e impersonali carri armati che vanno su e giù, quando si comincia a dargli un volto, grazie alla presenza del bambino russo, essi si incarnano in due soldati giovanissimi e ben educati. Anche i funzionari della Polizia Segreta Ceca, terribili burocrati di partito, li ritroviamo alla fine del film insieme agli altri a celebrare la ritrovata libertà della loro nazione. Lo stesso personaggio del film è infatti, come tanti dell'est europeo, quello che si direbbe il tipico individuo "di sinistra" ma in contrasto con quella sinistra al potere. Insomma, quell'epoca non è guardata con gli occhi di colui che si gloria di appartenere ad un'epoca più evoluta, più positiva, perché se il periodo era diverso le persone non lo erano, sembra dire con orgoglio il giovane Jan Sverak. Egli rivolge uno sguardo affettuoso, non nostalgico, ma poetico, a quel periodo ormai archiviato come buio, uno sguardo che non è quindi crucciato, neanche durante lo svolgersi delle vicende del film, oltre a, naturalmente, la grande scena finale, in cui si rappresenta una delle manifestazioni gioiose di piazza, che hanno salutato l'inizio della fine del regime comunista, e che concludono il film con un affiatato invito a guardare positivamente al futuro.

Tutto questo sembra dirci il nostro regista e, meglio ancora, il padre di lui, scrittore della sceneggiatura e grande interprete del personaggio principale, cui presta una faccia accattivante e convincente come la storia che ci è venuto a raccontare. Una faccia in bilico tra il sorriso e la disperazione, come il film è in equilibrio tra il serio e il faceto, tra il film di denuncia e la commedia sentimentale e ogni scena è perfettamente calibrata. Questo tipo di "leggerezza" (non a caso è proprio un conterraneo di questo regista il famoso autore dell' "Insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera) è d'altronde abbastanza tipica di una certa cinematografia dell'est, la migliore. Basti pensare a un autore come Emir Kustrurica, il regista jugoslavo che ci fece ridere e partecipare emotivamente con Papà è in Viaggio d'Affari e che ha conosciuto il suo maggiore successo con Underground, una grande metafora della guerra in Bosnia, raccontata con toni farseschi e da favola, come a dire che è stata praticamente una grande buffonata, ma senza tralasciare il lato più profondamente umano, più drammatico, nel dire, in maniera molto singolare, quante vite e come può sconvolgere una cosa tanto "assurda" come una guerra. Così questo film ci racconta come un regime come quello comunista ha pesato sulla vita di tanta gente, in questa storia non in maniera drammatica: quello che resta è il ricordo non doloroso, ma provocatoriamente obiettivo di allora, e un ampio sguardo di speranza verso l'avvenire.

© 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo



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