Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Kitchen Stories

Salmer Fra Kjøkkenet - 1h 32'

Regia: Bent Hamer



La cucina è da sempre considerato il fulcro della vita domestica, delle relazioni famigliari, delle abitudini quotidiane. In certo modo, la cucina è lo specchio dell’andamento di un nucleo famigliare e quindi di una società. Da quando tale spazio si è ristretto nei suoi metri quadrati, si è ridotta la possibilità di vivere la piccola comunità che abita la casa, ormai trasferitasi altrove e spesso in solitudine. E’ avvenuta una piccola ma significativa rivoluzione del rapporto reciproco, dirottato dal media per eccellenza di fronte a un ben diverso “focolare”, ormai separatosi in tanti spazi di osservazione (tante televisioni in casa, quasi una per ogni stanza, dove la visione diviene sinonimo di isolamento dal resto del gruppo). La cucina è divenuto territorio di passaggio, salvo la obbligatorietà di apertura degli angoli cottura, da dove comunque un ipotetico osservatore seduto su un seggiolone da adulto bambino può ancora osservare l’assenza, finanche attendendo con fiducia che la sua solitudine sia appagata da una fugace apparizione dei soggetti osservati.

Il film di Bent Hamer – basatosi su una reale ricerca effettuata negli anni ’50 per tentare di risolvere i problemi quotidiani delle casalinghe nordiche – dice molto di più di quello che sembra.
Giunti in un villaggio isolato dove vivono uomini rigorosamente single, se non altro per la totale assenza delle donne, i ricercatori di un istituto prendono posizione nelle cucine degli abitanti, in cui tradizionalmente dovremmo trovare la tipica massaia nel luogo femminile per eccellenza. Anche nella cucina di Isak arriva il suo personale osservatore prendendo possesso di un angolo della stanza dove da un vero e proprio seggiolone prende appunti su ciò che vede. Isak naturalmente cerca di difendersi, di rifiutare il ruolo di cavia – operando anche un ribaltamento della situazione facendo un buco sul soffitto della cucina per poter spiare chi lo spia -, per poi trovare in questo sconosciuto un amico, a sua volta spogliatosi dalla veste di osservatore obbiettivo e distaccato.

Operando su una condizione limite – il classico territorio della donna vissuto da soli uomini -, Hamer inizia da subito a modificare l’idea di partenza, poiché ciò che gli interessa con ogni evidenza è il rapporto tra osservatore ed osservato, ossia un rapporto che per avere valenza scientifica dovrebbe rimanere univoco (similarmente a quello intrapreso tra spettatore televisivo e televisione, dove però di scientifico non c’è nulla se non trasformare l’osservatore incallito in materia da modificare come la plastilina), rapporto che può essere sconvolto dal colloquio, dalla conoscenza reciproca, fino a risolversi in una relazione dialogante in cui la conoscenza del soggetto alfine sembra funzionare meglio.
Sembra che Hamer si voglia occupare in realtà della società contemporanea, in cui il singolo cittadino è perennemente studiato nei movimenti senza averne molto spesso la cognizione – le innumerevoli camere nascoste nelle strade e negli edifici pubblici (?), il controllo sulle e-mail e sulle telefonate, i satelliti sempre più sofisticati, ecc. Sembra anche che l’unico modo per sconfiggere la cultura del sospetto, della cavia umana, del controllo, sia semplicemente uscire dalla chiusura e dalla solitudine.
Kitchen Stories – presentato alla Quinzaine des Réalizateurs dello scorso Festival di Cannes - è una analisi dell’oggi, semplice, svolta senza particolari pretese, al punto da non rendersi conto del suo piccolo ma considerevole valore.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani