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Kill Bill Vol. 11h 41'
Regia: Quentin Tarantino Abituandoci ormai a menzionare non film, ma episodi di film,
prequel o sequel, remake o "reloaded", sembra che il cinema viva la voglia di
riscoprire le storie, di entrare nei dettagli ipertestuali della virtualità
presunta della settima arte. Ma purtroppo il cinema, accettata la velocità
imposta dagli altri media (telefono, televisione, internet e perfino la vecchia
radio, che però è nuova nella sua veste multimediale), rimane al palo.
Scimmiotta qua e là se stesso, cita a più non posso, perché in fondo non sa più
cosa raccontare e come farlo. Che poi arrivi Clint Eastwood e si limiti a
narrare eventi quasi banali con il montaggio classico di Griffith (e in maniera
ancora superba), la dice tutta sull’impermeabilità del cinema, sulla sua bassa duttilità.
Il cinema può parlare di interazione e virtualità nei termini di Matrix,
ma non potrà essere interattivo, almeno allo stato attuale, come un videogioco,
né trasformarsi facilmente in esperienza misticheggiante senza un
percorso da parco disneyano che colga tutti i "cinque" sensi. Il cinema di
Tarantino, con Le Iene e poi Pulp Fiction, aveva ancora puntato
sulle possibilità spettacolari delle storie. Tarantino aveva poi ribadito la
sua fede nella sceneggiatura con il classicheggiante Jackie Brown. Kill
Bill Vol. 1 è naufragato nell’impossibilità contemporanea di consistenza
narrativa. L’immagine al centro di tutto. Fa spettacolo (da sé) e
apoditticamente riferisce se stessa come la più virtuale immagine digitale, vuota,
perché non dice/pensa altro. La "fantasia visuale" di Kill Bill Vol. 1 non
è in grado di creare quel mondo immaginario originale e concreto dei film
precedenti. Che cosa stupiva/piaceva in Le Iene? Certamente la
costruzione ad incastri temporali, ma anche le caratteristiche straordinarie
(senza indicazioni sovrumane) dei personaggi, perfettamente attrezzati per
esprimere dati psicologici pregnanti (qualcuno direbbe: "ancora umani"); il mistero
intenso della situazione indecifrabile, l’eccitazione profonda per lo
spettatore oltre che il divertimento. La stessa cosa valeva per Pulp Fiction,
ancora più impressionante per la babele di segni che si accumulavano nell’opera,
ma in maniera armonica e non dissonante rispetto alla certezza di una
storia complessiva.
In Kill Bill Vol. 1 invece il segno è sempre lo
stesso, si ripete come in un circuito loop. Come un videogioco che riparte da
zero. I nemici da abbattere nei vari livelli aumentano le difficoltà per il protagonista.
Questa è la principale dimensione interattiva del film: il riferimento al
procedimento esterno di navigazione/percorso del videogame. La divisione in
capitoli non può certo alludere alla varietà di storie, ma solo ai brani che
introducono infine al climax di ogni segmento in cui l’eroina è di fronte alle
insidie mortali. Vicinissima a Lara Croft/Angelina Jolie, Black Mamba/Uma
Thurman è l’unica attrazione possibile in quel miscuglio di sensualità,
performance del corpo, abilità scenica nel duello che diventa coreografia di
una danza. Tutto il resto, mix di musiche esotiche, orientali ed anni settanta,
guizzi della macchina da presa, appartengono senz’altro alla capacità registica
di Tarantino, che riesce a costruire ogni tipo di immagine e sequenza. Ad onta
della quantità di sangue splatter versato dai protagonisti, si percepisce un
cuore duro, ottuso, in quest’opera. Né l’ironia "divertente", né la
drammaturgia di un racconto tradizionale (ma questo non era certamente negli
obiettivi). Si vede, insomma, che Tarantino non è riuscito a superare non solo
se stesso, ma anche l’ottanta per cento del cinema commerciale. Non sarebbe,
infatti, giusto giudicare Kill Bill Vol. 1, superiore ad un qualunque Charlie’s
Angels o al più anonimo action movie hollywoodiano, solo per qualche
citazione elegante del celebre regista.
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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