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Katyn

1h 56'

Regia: Andrzej Wajda



La verità della Storia è spesso indecifrabile ed oscura. Ad illuminarne i contorni, però, è sufficiente il disvelamento di certi capitoli occultati, testimonianze di un dolore vissuto ai margini dei grandi eventi. Di un dolore non meno emblematico di altri, però nascosto per anni dal silenzio dei libri. Tali porzioni di verità appartengono ai fronti più impervi, ad esempio, della Seconda guerra mondiale, le cui innumerevoli vittime parlavano tante, troppe lingue rispetto ai loro oppressori che, invece, esprimevano la propria brutalità declinando l’odioso ed omologato linguaggio dell’ideologia. Tra le pieghe della Storia c’è pure l’accordo diplomatico siglato a Mosca, il 23 agosto del 1939, dai due Ministri degli Esteri dei governi sovietico e tedesco, denominato Patto Ribbentrop–Molotov, che prevedeva una spartizione della Polonia. Con l’invasione ad ovest da parte dei nazisti e quella ad est dei sovietici, la Polonia si trasformò in un territorio lacerato di rovine, un regno della paura, esposto al rischio di una progressiva, centellinata desertificazione umana a causa del diabolico, hitleriano progetto di soluzione finale e, sull’altro fronte, dei metodi sommari di reificazione di un sistema tirannico perpetrato in nome della cosiddetta "giustizia di classe". Il 17 settembre del ’39, i sovietici arrivati al confine orientale polacco fecero prigionieri, nell’arco di un mese, ben centottantamila ufficiali, duecentotrentamila soldati e dodicimila agenti di polizia. Così, a partire dalla fine di ottobre, un gruppo di ufficiali polacchi rimase in ostaggio negli accampamenti di Kozielsk, di Starobielsk e di Ostashkowo fino a quando, il 5 marzo del 1940, Stalin firmò l’ordine di fucilare quindicimila di loro. Le tragiche esecuzioni sommarie, eseguite con un colpo di pistola alla nuca, avvennero negli impervi anfratti delle foreste di Katyn, Tver’ e Kharkov ad opera della famigerata NKVD, la polizia politica sovietica. La fossa comune di Katyn venne scoperta nell’aprile del 1943 dalle truppe naziste che avanzavano da est. Tra quelle povere vittime, utilizzate come merce di propaganda dai due fronti (nessuno dei quali volle riconoscersi come carnefice, affibbiando all’altro la colpa del massacro) e dissotterrati ben due volte, c’era anche un ufficiale polacco di nome Jakob, padre del grande regista Andrzej Wajda. Questi, alla veneranda età di 82 anni, ha sentito il bisogno di rievocare quell’atroce scheggia di Storia dimenticata dall’alto della propria autorevolezza di cantore delle vicende del proprio popolo nell’apocalittico crogiolo dell’ultimo conflitto mondiale (basti ricordare capolavori quali I Dannati di Varsavia e Cenere e Diamanti). Il grande "direttore d’orchestra" (per citare un importante suo titolo) del cinema polacco ha mostrato una particolare sensibilità, da raffinato concertatore, nei confronti di storie nella Storia, enucleando con sapienza il contenuto umano di vicende epocali, come quelle che segnarono l’affermazione di Solidarnosc, movimento la cui esperienza fu sintomo della crisi dell’intero sistema basato sull’ideologia comunista, una crisi narrata nel memorabile dittico de L’Uomo di Marmo e L’Uomo di Ferro.
Il cinema lirico ed epico di Wajda, che qualche volta ricorre a documenti visivi d’archivio per centrare fatti e contesti individuali, ben si adatta a raccontare il lancinante episodio di Katyn, al di là del côtè autobiografico che ne irrobustisce la motivazione primaria. Non a caso Katyn – il film - parte dal romanzo "Post mortem" di Andrzej Mularczyk da cui i suoi sceneggiatori Wladyslaw Pasikowski e Przemyslaw Nowakowski, insieme al regista, hanno cucito cinque storie drammaturgicamente inanellate con il gusto e l’intensità dei classici. Quei corpi martoriati in cerca di sepoltura onorevole, e di una pace che non sia pacificazione coatta ma riflessione consapevole ed ammonitoria (perché qualsiasi rigurgito di autoritarismo assassino non abbia più luogo), evocano pure le suggestioni etiche dei grandi miti tragici, come quello dell’"Antigone" di Sofocle nello scontro che oppone le logiche coercitive ed arbitrarie del Potere e il bisogno umanissimo di pietas. Un tema che Wajda sa come far lievitare ponendo in rilievo, nella sua addolorata storia, le figure della giovane Anna (Maja Ostaszewska) e della sua piccola figlia di cinque anni Nika (Wiktoria Gasiewska).

Il sottofondo corale di questo apologo sull’ingiustizia mostra inizialmente la fuga di migliaia di cittadini polacchi incalzati dagli invasori russi e tedeschi, il 17 settembre 1939. Anna è alla disperata ricerca di suo marito Andrzej (Artur Zmijewski), capitano dell’8° reggimento dell’esercito, catturato dai sovietici insieme ad altri commilitoni tenuti prigionieri in una zona di confine. L’ansia e la disperazione della donna si uniscono a quelle di Roza (Danuta Stenka), moglie del Generale dello stesso reggimento (Jan Englert) che, accompagnata dalla figlia Ewa (Agnieszka Kawiorska), torna a Cracovia consapevole del proprio luttuoso destino. Dal canto suo, Anna non si arrende riuscendo ad incontrare il marito assieme al tenente Jerzy (Andrzej Chyra), suo amico, nel tentativo di convincerlo a tornare a casa con lei, prima di salire sul treno fatale. Fra i deportati c’è, a Cracovia, il professore universitario Jan (Wladyslaw Kowalski), padre di Andrzej, tratto in inganno da alcune SS, mentre gli ufficiali sono condotti nel campo di Kozielsk. Ad Anna, rimasta in attesa, insieme alla figlia, nella zona occupata dall’Armata Rossa, capita di dover subire il corteggiamento del capitano Popov (Sergei Garmash) e di respingerlo, prima di ritornare a Cracovia, nella primavera del ’40, per rifugiarsi a casa della madre di Andrzej (Maja Komorowska) che di lì a poco apprende della morte del marito Jan. Nel fatidico 13 aprile 1943 viene comunicato ufficialmente il rinvenimento dei cadaveri dei tremila ufficiali polacchi: la moglie del Generale viene a conoscenza della morte del marito, mentre Anna continua a sperare sulla sorte del suo Andrzej il cui nome non appare nella lista, fino a quando Jerzy, il quale ha accettato di confermare la visione ufficiale dell’eccidio per mano dei tedeschi, le svela l’inganno di un maglione ritrovato e la conseguente esecuzione del congiunto. Accusato di tradimento da R?za, Jerzy in preda al rimorso si uccide con un colpo di pistola. C’è poi la storia della giovane Agnieszka (Magdalena Cielecka), convocata da Padre Jasinski (Krysztof Kolberger) che vuole recuperarla alla fede perduta consegnandole la foto che la ritrae accanto al fratello pilota Piotr (Pawel Malaszynski) che ha visto morire a Katyn. L’altra sorella della ragazza, Irena (Agnieszka Glinska), direttrice dell’Università di Cracovia, ostacola l’iscrizione di Tadeusz (Antoni Pawlicki), il nipote che Anna incontra dopo quattro anni, deciso ad opporsi alla mistificazione burocratica sulla data della morte del padre, vittima dell’eccidio, al punto da manifestare platealmente il proprio risentimento contro il regime, strappando dei manifesti di propaganda e finendo sotto le ruote della jeep dei militari che lo inseguono. Anche Agnieszka inscena la propria privata ribellione fino al suo arresto, indotto dalle ire del parroco che le proibisce di esporre la lapide del fratello comprata con i soldi ricavati dalla vendita dei propri capelli (tagliati nel corso di una struggente, memorabile sequenza) destinati a diventare una parrucca teatrale. Ad Anna, invece, non resta che raccogliere con commozione gli oggetti personali del marito, tra i quali c’è un diario degli ultimi giorni di prigionia (una scena dove Wajda sembra sondare analiticamente le reazioni della donna, il suo progressivo irrigidirsi nello sgomento e nella coscienza del lutto).

A siglare questa ispirata cronistoria dell’atroce evento di Katyn (la cui verità affiorò solo nel 1990, quando Gorbaciov consegnò al presidente polacco Jaruzelski, il 13 aprile, i documenti relativi all’eccidio che rivelano le responsabilità di Berja e degli altri gerarchi sovietici) c’è l’impressionante sequenza delle esecuzioni sommarie, mostrate con geometrico ed annichilito distacco su cui si poggiano i lancinanti contrappunti dell’intensa colonna sonora di Krysztof Penderecki. Wajda registra con sapiente disincanto le reazioni dei suoi attori immersi nel tragico clima di una ricostruzione addolorata, mai indugiando in inutili sottolineature retoriche e servendosi della stagliata ed intelligente fotografia di Pawel Edelman (a cui si debbono gli espressivi chiaroscuri de Il Pianista di Polanski) nitida e precisa nell’incastonare la vibrante presenza degli interpreti nell’ombrosità degli ambienti familiari e in quella, ancora più cupa, del campo di concentramento a contrasto con i colori della piazza di Cracovia e col bianco e nero dei faziosi cinegiornali di propaganda, medicine di disinformazione pubblicamente somministrata senza scrupoli.
Katyn è un film implacabile e severo nel condannare non solamente il criminale sprezzo nei confronti della civiltà perpetrato dai sanguinari eccessi bellici, ma anche e soprattutto la flaccida ipocrisia dei poteri che, in nome delle rinnovate logiche di spartizione del mondo, occultarono la clamorosa verità in attesa di una tardiva glasnost che non servì a consolare i parenti delle povere, nobili vittime di quell’eccidio inutile. Ed è la testimonianza di una maniera utile e tagliente di fare luce sulle contraddizioni della Storia, offrendo respiro al racconto dell’umana resistenza ai soprusi e al dolore profuso, le scorie ancora attive della guerra infinita.

© 2009 reVision, Francesco Puma