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Kadosh

1h 50'

Regia: Amos Gitai



La trilogia sulle città israeliane, dopo Devarim girato a Tel Aviv sulla generazione dei quarantenni e Yom Yom (Giorno dopo giorno) a Haifa sulle società miste, tra palestinesi ed israeliani, si conclude con Gerusalemme, ed in particolare il cuore dell'ortodossia ebraica, la comunità religiosa del quartiere Mea She'arim. Kadosh vuol dire "sacro" in ebreo, e Gitai analizza con sguardo entomologico le forme del sacro giudaico, l'applicazione del Talmud alla vita quotidiana. La religione ebraica nel tentativo di spiritualizzare, elevare ogni gesto, perde di vista, si allontana dall'uomo di carne e sangue. La madre di Rivka (Yael Abecassis) chiede al rabbino indulgenza perché in fondo siamo carne e sangue, di sollevarla dall'incarico di preparare un'altra donna, attraverso il rituale purificatorio delle immersioni, per Meir (Yoram Hattab), marito della figlia Rivka, accusata di sterilità. Meir e Rivka sono sposati da dieci anni, ma il loro matrimonio è improduttivo, non ha dato frutti e per questo il rabbino decide crudelmente di annullarlo. La sorella di Rivka, Malka, ama un cantante non appartenente alla comunità. Per lei è stato deciso il matrimonio con Yussef.

Gitai suggerisce, senza tuttavia far pesare la sua chiara visione laica, la presenza simultanea d'innumerevoli fattori nella vita degli uomini e delle donne e l'impossibilità della religione di regolarli. Anzi tale regolazione coincide con la strutturazione del potere nella comunità. Le donne rivestono un ruolo marginale. La loro obbedienza all'uomo deve essere totale, la loro unica gioia, sta scritto sul Talmud, è avere figli ed allevarli. Tra le sequenze chiavi del film, la prima nella quale Meir, nella stanza da letto, mentre la moglie ancora dorme, si alza e recita il lungo rituale di preghiere, tra cui i ringraziamenti al Signore per non averlo fatto donna. Altra indimenticabile sequenza la prima notte di nozze tra Yussef e Malka. Yussef compie un vero e proprio stupro. Il rapporto sessuale diventa sterile, inaccettabile atto di non comunicazione tra corpi, proprio nel perseguire l'obiettivo principale: la procreazione.

L'analisi di tale sistema chiuso è resa efficace dalle inquadrature del film. Le scene si svolgono prevalentemente in spazi chiusi, claustrofobici, le stanze delle abitazioni dove anche le finestre sono chiuse, luoghi che sono il prolungamento delle sinagoghe. Ed allo stesso tempo i primi piani delle donne bellissime esaltano le loro potenzialità incalcolabili, potenzialità che fanno paura all'uomo che le ha sottomesse. Kadosh è la testimonianza del fallimento del Verbo, d'ogni linguaggio, il Talmud, "che possa descrivere compiutamente la diversità delle forme in cui si esprime la condizione umana". È ciò che osserva Umberto Curi in Cinema e filosofia a proposito del regista Peter Weir (e Kadosh ricorda molto la comunità Amish in Witness - Il Testimone), dimostrando che la logica e i meccanismi di funzionamento di sistemi chiusi, le religioni monoteiste, ma il discorso può allargarsi ad ogni tipo di comunità, sono illusori nel momento in cui tentano di dominare una pluralità (di forme, idee, ecc) di per sé irriducibile.

© 2000 reVision, Andrea Caramanna



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