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Jurassic Park III

1h 30'

Regia: Joe Johnston



La vera razza in estinzione è l’uomo. L’uomo in quanto attore: presenza sempre più vacua e bidimensionale, pura carne da inseguimento, a favore di rettili sempre più credibili, morfologicamente complessi, veri. L’uomo in quanto regista: altra pratica obsoleta che Spielberg cede al fido Joe Johnston (Oscar per gli effetti visivi de I Predatori Dell’Arca Perduta, e autore dell’altrettanto "animalesco" Jumanji).
Nell’ennesimo balzo evolutivo della computer grafica, lo zoo si rinnova e si aggiorna. Nuova isola: Sorna, in Costarica. Nuovi personaggi: gli pteranodattili (agguerriti rettili volanti) e lo Spinosauro, versione gigante (17 metri d’altezza) dell’ormai celebre Tirannosauro. Unica novità di contenuto: la recente, rivoluzionaria teoria secondo la quale i dinosauri possedevano un’intelligenza addirittura superiore a quella dei primati, al punto da comunicare tra di loro, tramite versi udibili anche a grandi distanze. Unico leitmotiv riconoscibile, il mezzo di trasporto che precipita (simbolo della risaputa "impotenza della Tecnologia a confronto con la Natura"): nel primo episodio avevamo un’automobile che cadeva da un albero, nel secondo un camion in bilico su un burrone, e ora è il turno di un aereo (di nuovo su un albero).

Una gag rivelatrice dello statuto puramente "ludico" del film: il telefonino che continua a squillare nel ventre dello spinosauro, come i mostri dei videogiochi vecchio stile che avanzavano accompagnati dal loro motivetto. Una battuta ambigua: quella di Sam Neill, quando deplora l’avvenuto ribaltamento della teoria di Darwin, ovvero "la sopravvivenza del più stupido" (allusione ai film o ai suoi spettatori?). E infine una bellissima sequenza, tipicamente western: l’attraversamento del ponte nella nebbia, con il ragazzino rimasto solo che chiama sua madre, invisibile sul lato opposto... e dal fumo indistinto vediamo emergere lentamente l’altra orrenda madre, la mostruosa sagoma del pteranodattilo.
Breve ma senza essere sbrigativo, scarno ma senza essere povero, Jurassic Park III si comporta con l’obbedienza tipica degli animali da tempo addomesticati: addestrato a fornire divertimento, tensione, meraviglia, mantiene le sue promesse al cento per cento. E tale umile lealtà, non per niente banale nel cinema d’oggi, lo rende un film da difendere per principio. Anche e soprattutto contro i suoi arguti stroncatori, snobisticamente impegnati nella denuncia di stereotipi che ormai anche un bambino sa riconoscere; salvo poi salutare come sottile poesia un finto film d’autore come The Gift, che di stereotipi ne affastella altrettanti. Ma molto più noiosi.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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