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Juno

1h 36'

Regia: Jason Reitman



Secondo la mitologia, Giunone era la dea protettrice delle donne maritate, per i romani sinonimo di pacificazione (una volta assimilata alla greca Era) e generatrice dei ricordi negli esseri umani: se ogni uomo aveva il suo Genius, ogni donna aveva la sua Iuno, parallelismo che in sede divina rese possibile la nascita del calendario lunare, Giove coi pleniluni (idi) accoppiato a Giunone la cui sacralità era riposta nei noviluni (calende). Su tale impegnativa etimologia (alla quale si deve l’origine del nome Giugno), il maestro di tutti Hitchcock impiantò, nel 1930, la sua tragicommedia Giunone e il Pavone, storia di una famiglia povera e strampalata in attesa di un’eredità e la cui ultimogenita partorisce un figlio illegittimo.
Non è solo per vezzo cinefilo che evochiamo un illustre precedente a questo, sorprendente parto contemporaneo che si è aggiudicato un meritatissimo Oscar alla sceneggiatura, firmata dall’esordiente trentenne, ex spogliarellista ed ex telefonista hot, Diablo Cody (nome d’arte di Brook Busey, derivato dalla città del grande Buffalo Bill, attribuito per folgorazione durante un radiofonico ascolto in viaggio del brano "El Diablo" dei Duran Duran). Juno è una favola realistica, acre e puntuta come sapevano esserlo quelle di Hitch e dei tanti altri demiurghi della classicità, magnificamente diretta con intelligente gusto da una promessa mantenuta della New Hollywood, Jason Reitman, figlio del più celebre Ivan e con alle spalle un brillante debutto con il graffiante Thank You for Smoking, satira sul fumo e le sue derive. Se poi aggiungiamo che il cognome della sedicenne protagonista suona MacGuff, derivazione di quel Mac Guffin che per il Re del suspense è il dettaglio che determinava la soluzione di ogni trama "gialla", ogni riferimento si fa meno casuale.

Il minimalistico intrigo si svolge nel fatidico arco di nove mesi, con lo scorrere stagionale segnato da adolescenziali allenamenti podistici, da quando la simpatica ragazzetta del titolo perde la verginità col suo migliore amico Paulie Bleeker e rimane incinta. La notizia genera lo sgomento di rito: il timido maschietto si rintana sfogando poi le proprie ansie nella corsa pedestre, mentre Juno tenta addirittura d’impiccarsi con un cordone di liquirizia prima di rivolgersi ad una clinica dove poter abortire.
A dare verità a quest’incrocio di reazioni provvedono i due giovani interpreti principali: lei è la ventunenne canadese Ellen Page, straordinariamente sciolta e credibile nel dare un allegro e sagace spessore al suo personaggio (l’avevamo già notata, come stella nascente, nel thriller indipendente Hard Candy dedicato ai letali incontri in chat dove giocava al gatto e al topo con un fotografo pedofilo arrivando a torturarlo legato ad una sedia); lui è Michael Cera, pure canadese, presente in Suxbad (scorretta commedia giovanile da noi orrendamente ribattezzata con il sottotitolo Tre Menti Sopra il Pelo).
Dunque, la poco divina Juno si reca in clinica imbattendosi in una fanatica coetanea antiabortista, Su-Chin (Valerie Tian), che esibisce un cartello (capace di mandare in visibilio Giuliano Ferrara) sul quale è scritto "Tutti i bambini vogliono nascere", sostenendo le proprie ragioni con l’ammonimento relativo alle unghie che già il feto possiede nel grembo materno: e la nostra sedicenne, una volta resasi conto in sala d’attesa dell’uso che gli esseri umani fanno delle proprie unghie, fugge a gambe levate in preda a scoramento. Non le resterebbe che rivolgersi ai genitori, ma il fatto è che questi l’hanno praticamente abbandonata: il padre Mac (J.K. Simmons), prima nell’esercito, ora fa il tecnico climatico e si è risposato con Bren (Allison Janney), eccentrica cinofila incallita che gestisce un salone per manicure; mentre la madre ha fatto già tre figli con l’uomo col quale è fuggita in Arizona. Quando la snaturata coppia apprende dello stato della figlia si scompone poco, mentre a scuola la nostra si difende come può dalla presa in giro dei compagni e dalla curiosità di qualche insegnante. C’è da dire che siamo nel pacifico, tiepidissimo e provinciale Minnesota il cui paesaggio consolatorio è qui esaltato dai colori pop che evocano l’irreale ironia di Wes Anderson e del suo gioiello Rushmore.
Messasi alla ricerca, mercé le liberali leggi del made in Usa illuminato, di possibili genitori adottivi, Juno s’imbatte in una ricca coppia ideale, i Loring: Vanessa (Jennifer Garner), elegantemente bella, ambisce ad avere un erede a tutti i costi; Mark (Jason Bateman) è uno scioperato arricchitosi scrivendo jingle per spot, vittima di una sindrome di Peter Pan e chitarrista frustrato. Ma è proprio in lui che la nostra gravida adolescente trova un’intesa rock (lei è fanatica dei Mott the Hoople e, riguardo al gore movie, del nostro Dario Argento di Suspiria mentre l’attempato collezionista di chitarre va in sollucchero per i Sonic Youth e per The Wizard of Gore di Herschell Gordon Lewis).

La morale antiabortista, abilmente stemperata senza moralistiche sottolineature, recita l’innocente disincanto dell’amore rigeneratore e del meraviglioso, deifico potere della maternità accettata: Juno si fa volere bene grazie alla sua sobrietà sarcastica, al suo rarefatto favolismo e alla sincerità dell’ispirazione che lo caratterizza (interpreti freschi come acqua di fonte sul letto ben delimitato di una regia scorrevole come fiume in piena). Il tutto intessuto con la sonorità efficace delle composizioni originali, in puro country style, di Mateo Messina e delle canzoni di Kimya Dawson, supportata dalla compilation che annovera brani dei Sonic Youth, dei Belle & Sebastian, dei Velvet Underground, assieme ai colorati titoli di testa della trascinante ballata acustica con armonica di "All i want is you" (anno di grazia 1977) di Barry Louis Polisar e in chiusura "Anyone else but you" interpretata da Ellen Page e Michael Cera.
C’è, dunque, di che godere in questa messa in prospettiva della presente middle–America, dove una giovinetta, erede di quella berlinese che fu dell’Hitch pro–giunonico e della mitologia remota, si batte per la sua voglia di tenerezza con il coraggio indomito ed una caustica consapevolezza degna di un Olimpo ricondotto alla misura di un umano che ha bisogno di generare e, soprattutto, di rigenerarsi.

© 2008 reVision, Francesco Puma