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Juha

1h 18'

Regia: Aki Kaurismäki



È il nome finlandese più comune, insegnano le cronache. È semplicemente il nostro Giovanni. Nella realtà, è un piccolo miracolo che solo il genio mostruoso di Aki Kaurismäki poteva far scaturire. Mostruoso nel senso latino del termine, di vero e proprio prodigio. La parte della sua giornata che non riserva alla bottiglia, Kaurismäki la impiega a ritagliare immagini, proprie ed altrui, per fonderle in un complesso patchwork legato insieme da quel grande filo che è lo spirito finlandese. Il sisu, come lassù lo chiamano, questa energia bergsoniana che consente di abitare un paese completamente al buio per sei mesi all'anno, dove talora c'è il sole a mezzanotte, e ci si divide tra i silenzi e l'allegria dei canti. Dove si può ancora pensare di fare un film muto come Juha, e ritrovarsi a somigliare a Carl Theodor Dreyer.
Impressionante è la pulizia dell'inquadratura di questo film, notevolmente geometrica, esaltata da una fotografia in bianco e nero di una purezza cristallina. Il regime visivo di Juha è tutto intessuto di citazioni dreyeriane, con una grande insistenza sul primo piano, che mira a scoprire l'anima dentro gli occhi grandi e tristi di Kati Outinen, l'eroina Marja. Più classico di così il melodramma non poteva essere, con lei che abbandona un lui, Juha, più anziano e claudicante per un personaggio ambiguo, che si presenta su una finta Chevrolet. Ma non la ama, in realtà, e come in uno dei feuilleton francesi dell'800 tanto amati da Kaurismäki, la trascina in un giro sordido, dal quale lui, il fedele Juha, la riscatterà in un epilogo catartico.

Il palcoscenico è la Finlandia vasta dei boschi e dei laghi, e quella intristita della grande città. Dove tutto ha il sapore di una fiaba, e l'amaro retrogusto della realtà. È impressionante non udire che pochi suoni, un motore che parte, o l'eco di una canzone, ed affidarsi solo ai cartelli. Un salto all'indietro nella ricezione spettatoriale, che ci fa sentire tutti come trepidanti sartine degli anni Dieci, a sospirare per le amorose peripezie. Che Kaurismäki propone giocherellando col cinema, in ossequio alla sua prassi, facendo placido l'altalena tra i paradossi ed i momenti di umorismo. Altera le proporzioni degli oggetti, mettendo in mano ad Juha un enorme chiave inglese, in omaggio alle comiche. Scrive una frase di Samuel Fuller sulla lavagna di un posto di polizia, o affigge rovesciato un manifesto di Nazarin sul muro di una bettola.
Gira un film muto non alla maniera di, ma rispettando il suo stile, con occhio moderno. In maniera sorprendente, la vicenda avvince, trascina nelle sue spire facendo leva sull'emozione. Con una splendida colonna sonora, vero motore narrativo, che agisce come i commenti musicali facevano prima che il sonoro infrangesse l'etica primigenia del cinema. Sul fatto che sia un capolavoro, si può discutere. Ma Juha è sicuramente un film indispensabile, nella sua singolarità di oggetto prodigioso. Never seen before.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella



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