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Joyeux Noël

1h 56'

Regia: Christian Carion



Quando si parla di guerra, evocando l’orrore e i lutti che essa provoca, è facile tirare in ballo il termine inumano. Ma la buona letteratura e il buon cinema ci hanno ammonito con infinite sfumature retoriche: la guerra è un terribile fatto umano che conduce lancinanti contraddizioni, opposti sentimenti, ambigue morali. Così la ragione di stato, nel corso della Storia, ha condizionato le storie private d’innumerevoli individui non impedendo loro di vivere momenti di felicità e di sconforto nelle troppe "nuttate" che prima o poi "hanno da passare".
Così grandi e piccoli film accendono i riflettori su microcosmi privati che, per metafora, c’illuminano circa la fragile misura etica della cosiddetta condizione umana. Ed ecco accendersi un episodio realmente accaduto durante la prima guerra mondiale sul fronte occidentale, alla vigilia di Natale del 1914. Un episodio non riportato dai libri di scuola e che il giornalista tedesco Michael Jürgs ha ampiamente documentato in "La piccola pace nella Grande guerra" (un bel titolo pubblicato dalla casa editrice "Il Saggiatore").
Il Natale che viene evocato in Joyeux Noël, per l'appunto tratto da Jürgs, di Christian Carion non è quello classico dell’America di Bing Crosby, quando si celebra la felicità di amori e valori forti, sacri e duraturi. Questo film ci racconta invece di un Natale innevato e claustrofobico nel quale i protagonisti stanno in trincea al freddo mentre le logiche della guerra sembrano non concedere alcuna tregua. L’unico imperativo è sopravvivere sino alla fine del tunnel bellico, quando arriverà l’ora di tornare a casa. Ma anche in tali condizioni è possibile che accadano i miracoli, che qualche sussulto di umanissima vitalità possa rovesciare le prospettive. La trincea è situata in un luogo imprecisato delle Fiandre mentre si fronteggiano le truppe tedesche contro quelle inglesi. Ad evocare la forza allusiva dei canti di Natale provvede Nikolaus (Benno Fürmann), un tenore tedesco accompagnato dalla moglie soprano danese Anna Sörensen (Diane Kruger). La musica è sufficiente a far uscire i soldati inglesi allo scoperto per una tregua destinata a durare tre giorni prima che il conflitto ricominci per altri quattro anni. È la "piccola pace", la complice solidarietà tra uomini di fronti opposti, che consente di seppellire i compagni morti, di brindare per dimenticare le atrocità, di allestire una piccola partita di calcio con i pochi mezzi a disposizione.

Gli espedienti retorici che il regista Christian Carion usa in questo raccontino morale sono quelli di un cinema che profuma di antico, che rimanda al (più aspro) realismo poetico del Jean Renoir di La Grande Illusione con un certo sarcasmo antimilitarista capace di condurre un’asciutta ironia alla Vogliamo Vivere di Lubitsch. Quella impagabile satira sulla vanità delle maschere della Storia è un punto di riferimento per l’ispirazione di questo film fin troppo sottile ma piacevolmente composto. Un film corale che vive grazie ai suoi variegati personaggi: c’è Audebert (Guillaume Canet), tenente francese e c’è Palmer (Gary Lewis), pastore anglicano con un certo Horstmayer (Daniel Brühl), altro tenente ma tedesco. Sono tutti caratteri che rappresentano costumi e culture opposte ma identità simili.
Yoyeux Noël si avvale di una sobria sceneggiatura in grado di curare in modo elegante la caratura dei personaggi, preziosa dote del cinema d’oltralpe. Carion aveva debuttato con Una Rondine Fa Primavera, sottile apologo che metteva a confronto due generazioni in uno scontro di solitudini ambientato in un paesaggio montano distante dalla periferia della modernità. Con Yoyeux Noël, egli ci regala una film che non ha paura di essere commovente, che non esita a spezzare una lancia a favore dell’utopia necessaria di una pace sempre possibile. Una fiaba lirica simile a quella che il regista Jean-Pierre Jeunet ci ha regalato con Una Lunga Domenica di Passioni, storia di una ragazza poliomielitica alla ricerca del suo amore sopravvissuto miracolosamente ad una condanna a morte durante la prima guerra mondiale, sul fronte della Marna.
Sappiamo bene quanto sia utile quel cinema che mostra coraggio nel narrare le passioni forti, i contrasti lancinanti, le derive morali. Sappiamo bene quanto sia giusto affondare il bisturi nel corpo delle emozioni più segrete ed invisibili: dopo tutto, la musica serve a questo, anche a cinema. Qui il compositore Philippe Rombi fa egregiamente il suo mestiere, cercando quella semplicità da classico (a suon di cornamuse) che è, in casi come questi, il paradigma supremo (chi ha dimenticato la scena struggente del canto dei militari nel memorabile finale kubrickiano di Orizzonti di Gloria?). Per Carion la lezione d’ironia e di raffinatezza è riportata con il dignitoso piglio dell’allievo devoto ai maestri. La piccola umanità si può ancora raccontare usando le resistenti misure dell’epica, senza cadere rovinosamente nel deja vù di un minimalismo sterile ed autoreferenziale, nell’emozione facile dei registi che amano guardare il proprio ombelico.

© 2006 reVision, Francesco Puma