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Lascia Perdere, Johnny!1h 36'
Regia: Fabrizio Bentivoglio Nel 1999, quando uno dei migliori attori italiani, Fabrizio Bentivoglio, debuttò alla regia
con il cortometraggio Tipota, qualcuno gridò al miracolo. In quella mezz’ora si notarono tracce di Fellini e di Kusturica,
ma anche uno stile originale che rendeva godibile il racconto del viaggio di una famiglia gitana con tanto di partoriente ad
incrociarsi con una troupe alle prese con un film da girare in una casa creduta abbandonata. Una composizione virtuosistica,
condita di gag visive e rivestito dalla suggestiva colonna sonora degli Avion Travel, questi ultimi complici di lungo corso
con il nostro Fabrizio, con il quale hanno condiviso il tour teatrale dell’operetta "La terra vista dalla luna" e l’incisione
dell’album "Sottotraccia", dove lo stesso attore interpreta con sofisticata eleganza le canzoni da lui scritte. Adesso le suggestioni
di quel riuscito esordio, coi loro echi cinefili e teatral–musicali si fanno ispirazione concreta, nella ricerca di un segno
forte, in questo Lascia Perdere, Johnny!, lungometraggio numero uno di Bentivoglio che, per l’occasione, ha voluto accanto
a se la stessa troupe del suo fortunato corto. La materia gli è familiare, visto che la trama si basa sui racconti da bar sciorinati,
tra un bicchiere e l’altro, da Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel.L’on the road all’italiana, animato da un felice spirito indipendente d’altri tempi, traccia così la sua rotta a partire dal profondo Sud per concludersi poi nella capitale del Nord, la Milano megalopoli malinconica che ha i tratti già rilevati nei film di Silvio Soldini, mentore amico del neo–regista. Altri echi autobiografici, in questo amarcord degli anni ’70 che furono, li rintracciamo nella presenza di Valeria Golino, che di Bentivoglio è stata compagna di vita nel passato, assieme ad altre notazioni che assumono l’armonico spessore di una nostalgia ironica e sufficientemente disincantata nel legare volti, paesaggi e personaggi. La vicenda prende il via nella Caserta del 1976, dove Faustino Ciaramella (il debuttante Antimo Merolillo) è un diciottenne,
figlio unico di madre vedova, costretto dalla minaccia del servizio di leva a trovare immediatamente un lavoro. L’occasione si
presenta attraverso la scalcinata orchestra guidata da un bidello che fa il trombettista, il "maestro" Domenico Falasco (un Toni
Servillo con parrucchino che simula un terrificante riporto da mentecatto, bravissimo nel suo mimare a mezzi toni la goffa
vanagloria che fu di certi, memorabili personaggi di Eduardo).
Così il bisognoso Faustino che vorrebbe suonare la chitarra, è costretto ad aggregarsi, come supporter factotum, alla banda del
"vorrei ma non posso", nella quale e attorno alla quale si muovono grotteschi personaggi che sembrano usciti da certi musicarelli
degli anni ’60 – ’70. C’è Ernesto Mahieux nel ruolo di Raffaele Niro impresario imbroglioncello che vuole fare l’americano
ripetendo storpiandolo "The Show Must Come On" ad ogni occasione; c’è Roberto De Francesco nei panni di un autore di canzoni
abituato a rubacchiare motivi estranei limitandosi ad aggiungere parole italiane; e poi Peppe Servillo (fratello di Toni e leader
degli Avion Travel) che dà accenti di malinconia al suo Gerry Como, crooner di provincia dotato di parrucca ricciolina pronto
a scroccare all’impresario una vacanza ad Ischia con la famiglia. Questo ritratto di scoloriti eterni adolescenti dalle ambizioni
sbagliate assume così inquietanti tonalità grottesche da commedia all’italiana doc.Ad un certo punto entra in scena lo stesso Bentivoglio divertitissimo a restituire le venature più acide del personaggio di Augusto Riverberi, compositore (vagamente ispirato alle figure di Augusto Martelli e Gian Piero Reverberi dei "Rondò Veneziano") che ostenta le sue fumisterie, alla ricerca di nuovi talenti in quel di Caserta, riconosciuto dai suoi abitanti per una passata liaison con Ornella Vanoni. Così la scalcinata famiglia musicale prova ad esibirsi con tanto di crooner, Riverberi al pianoforte e il diciottenne Faustino relegato ad armeggiare al registratore a nastro per diffondere le basi orchestrate. La "tournée" zingaresca della Piccola Orchestra conduce i nostri ad esibirsi nel corso di un matrimonio di notabili locali, poi sul set di una tv locale durante uno show "Senza rete" (occasione da Ginger e Fred felliniano con la divertente irruzione del ballerino gay che di cognome fa Cantone, impegnato in una coreografia classica), fino al "Canto delle Sirene" di Capri. E proprio a Capri si svolge una magica scena alla Amarcord mentre il pubblico in fuga rovescia sedie e tavolini aprendo gli ombrelli e lo show "go on" implacabilmente. Di brani retrò il film è pieno: c’è "Amore fermati" musicata da Gorni Kramer su parole di Bernardino Zapponi (che è stato sceneggiatore
di Fellini) e altre canzoni d’epoca che conferiscono al film una caratura nostalgica però sempre acre e sarcastica, mai ruffiana
(alla Vanzina, per intenderci).
E quando Faustino diventa finalmente il Johnny del titolo (è questo il nomignolo che gli ha affibbiato Riverberi) e si esibisce
con la sua agognata chitarra sotto il temporale caprese siamo dalle parti (anche queste nostalgiche) di certo cinema indipendente
made in Usa portatore del valore liberatorio e salvifico della musica quando questa sia espressa dai talenti nascosti. L’anima
di questo riuscito esordio di Bentivoglio sta proprio in questa celebrazione dell’ostinazione creativa, di un desiderio d’affermazione
che non sia votato (come accade troppo spesso oggi) solamente all’affermazione della propria immagine, ma che sia l’espressione
di una volontà artistica, sia pure goffa e vanagloriosa, incerta e provinciale. Per questo i personaggi del film (tra i quali
è giusto ricordare la Golino come affascinante parrucchiera e Lina Sastri madre solare e disincantata del giovane protagonista)
ci appaiono simpatici nell’esibire una sincerità che affronta con grinta l’inevitabile disillusione/esaltazione che la sceneggiatura
scritta dallo stesso Bentivoglio insieme ad Umberto Contarello, Filippo Gravino, Guido Iuculiano e Valia Santella prevede nel finale.Opera ispirata, divertita, ironica quella di Bentivoglio, le cui pulsioni esistenzialiste sono ben supportate dalla fotografia di Luca Bigazzi che impasta le tonalità calde del Sud (Sorrento e Salerno reinventate nelle location tra Caserta e Gaeta) a quelle dell’inverno meneghino (la Milano ricostruita nel Polesine). La convincente prova di un autore discreto ed intelligente, da tenere d’occhio nella consapevolezza di non voler rinunciare a vedere il grande Fabrizio anche davanti la macchina da presa. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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