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My Name Is Joe

1h 45'



"Il grandangolo è di destra". E’ poco più di una battuta, questa del regista britannico Ken Loach. Ma racchiude buona dose dello stile e delle idee dell’autore di Riff Raff e Piovono Pietre. Per Loach, innamorato degli attori e della politica, il grandangolo è di destra nel senso che ti costringe a riprendere a breve distanza i personaggi in scena, facendo subire loro la dittatoriale presenza della macchina da presa, imponendo alla realtà circostante la distorsione operata dalla tua ottica. Si sta scherzando, ripeto. Ma Loach fa esattamente il contrario di tutto questo: usa ottiche lunghe per spiare da lontano i propri attori, spesso non professionisti, e riduce al minimo la manipolazione della realtà evitando il più possibile di enfatizzare il proprio lavoro di ripresa (bandito ogni virtuosismo).
In effetti, l’impatto con i film di Loach è simile a quello con un quartiere della propria città in cui si capita per caso e di cui non si è mai sospettata l’esistenza. Sembra che le cose raccontate dal regista di Glasgow siano sempre state lì, e che solo per la nostra pigrizia o per l’ottusità dei nostri sensi non le abbiamo mai viste - perlomeno, mai con quella profondità. Un cinema semplice, essenziale, che penetra con precisione chirurgica nella società circostante. My Name Is Joe è, in questo senso, un distillato della poetica di Loach. Con una metafora presa in prestito dal calcio, sport di cui il regista è appassionato, Loach ha dichiarato che, dopo le due trasferte di Terra E Libertà e La Canzone Di Carla, è tornato a giocare in casa. Ossia in Inghilterra, nei quartieri proletari di Ladybird Ladybird, popolati da alcolizzati, tossici, assistenti sociali, lavoratori occasionali e disoccupati cronici. Qui non si scherza come in Full Monty. Nella prima parte di My Name Is Joe si ride, e anche parecchio, ma la miseria è tangibile, la difficoltà di tirare avanti è evidente, la rabbia e la frustrazione fanno male al cuore. Quando l’ex-alcolizzato Joe si accorge che a trentasette anni non ha nulla, ed è costretto ad accettare in prestito dei soldi da un amico per portare la donna amata al bowling, allora sì che vi viene il magone.

Joe lo dice chiaro, all’inizio del film: dietro ogni angolo ci può essere un baratro. Non solo per chi, come lui, ha avuto problemi di alcolismo, ma anche per tutti quelli che nella vita non hanno altra soddisfazione che una partita di calcio (perduta) con gli amici, per quelli che devono scegliere se prostituirsi per comprare anestetico illegale o rimanere lucidi mentre nulla, intorno, sembra andare per il verso giusto, per quelli che, anche se sono nei guai, la polizia non la possono proprio chiamare. Sono argomenti sui cui è facilissimo scivolare verso la retorica, l’ovvietà o il sentimentalismo. My Name Is Joe, però, è secco e asciutto come una partita del campionato di calcio inglese, e ripreso oltretutto allo stesso modo: campi lunghi e teleobiettivi per i primi piani, cineprese lontane dai protagonisti ma tanto agili da scoprire sui loro volti ogni smorfia di dolore, ogni imprecazione, ogni reazione ai falli fischiati contro.
Se il termine non fosse stato abusato dalla critica tanto da renderlo logoro, si dovrebbe dire che quello di Loach è un cinema necessario. E non stiamo parlando solo di arte. Se perdete My Name Is Joe, perdete un pezzo di vita. Poi, piano piano, va a finire che vi alzate la mattina e, cercando nella memoria, vi convincete che quello di Bologna è stato un incidente ferroviario, che in Spagna ci sono stati solo i mondiali, che Mussolini era la mezzala del Predappio Calcio e che le televisioni private non vi costano nulla. Lunga vita a Kenneth Loach, piccola e coraggiosa memoria storica di un millennio in cui l’oblio (di ciò che è passato, di ciò che si ha intorno) rischia di diventare uno stile di vita.

© 1998 reVision, Fabrizio Bozzetti