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The Jacket1h 42'
Regia: John Maybury La seduzione visiva in The Jacket è oltre rispetto al
racconto fantastico, allucinato. Più che altro è la sospensione dal luogo, l’ambiente
evanescente e l’attenzione esasperata alla sofferenza umana che trasfigura i
lineamenti del volto in una perpetua terrificante deformazione. Come in Love
is the Devil e la trasformazione dei corpi nelle opere di Francis Bacon,
tutto ciò diventa cifra stilistica, perché la maschera ambigua e segnata di
Jack Starks/Adrien Brody è la superficie organica marchiata dall’orrore di
qualcosa chiamato "esistenza". Tra la vita e la morte, anzi tra le vite e le
morti indecidibili. Il trauma cerebrale è solo il pretesto per tracciare i
livelli mnestici a partire dallo spappolamento della ferita, della testa,
nell’omicidio crudele di strada e prima della guerra, non a caso,
simbolicamente, eseguito da un bambino, per eliminare ogni alibi politico (vale
a dire il crimine e il Male sono nell’uomo, da sempre fin dalla nascita). La
tortura e la prigionia della camicia di forza, all’interno di una galleria
obituaria, sono le porte aperte su un altro mondo, la percezione lisergica,
spinta verso l’estremo, non rappresentabile in immagini: ancora sequenze
eleganti per colori e piani fratti dalle sensazioni non descrivibili, oppure
flashback banali che indicano una ben più potente dimensione sensitiva,
cognitiva, aperta sul vuoto insondabile per la coscienza, esperienze di "premorte",
laddove alcune rappresentazioni sono ricorrenti nelle testimonianze (basti
andare a leggere il celebre studio di Moody, "La vita oltre la vita"). Così
abbiamo l’esperienza del vissuto che ritorna e il futuro che si configura come
misterioso esempio di realtà, di presenza in un altrove non più immaginato, ma
autenticamente vissuto e fatto proprio.
The Jacket manifesta l’autentica
fede nella possibilità psicologica, come discesa agli inferi, non solo ipotesi
scientifica, ma dato di fatto, che trova riscontro nel dialogo aperto tra i
personaggi. Jack riuscirà a modificare gli eventi futuri, come in un qualunque
viaggio del tempo, come in un episodio zemeckiano di Ritorno al Futuro, ancorché
siamo più vicini alle esperienze perturbanti e meno narrabili, "sonore", di Contact.
Jack è testimonianza per il mondo incredulo che lo ascolta, ma è soprattutto prova
concreta di eventi materiali, di lacerazioni nell’elaborazione comune del
nostro spazio tempo. The Jacket così si fa viaggio nell’ignoto nonostante
l’insopportabile legaccio con trame terrene. Quando Jack percorre le strade
innevate del Vermont senza sapere neanche bene dove si trova, riusciamo ad
immaginare tutta una storia "diversa", non conseguente al veloce incipit, onirico
eppure fastidioso resoconto in soggettiva di guerra, identificato, ma
sgrammaticato dalle immagini sgranate, buie e difficili, non visionarie, ma
oscurate sempre dalla penombra di un’incoscienza che spesso sembra aver il
desiderio di (s)travolgere tutto il film. Ma poi le figurine esili dei personaggi
di contorno, straniati e stranianti come Kris Kristofferson/dottor Becker e
Jennifer Jason Leigh/dottoressa Lorenson e soprattutto Keira Knightley/Jackie
ci riportano ad un soggetto e una trama più penetrabile di quanto si auspicasse
all’inizio. The Jacket poteva essere la totale illusione della mente
(in)sana, lo sprofondamento in un oggetto perturbante lynchiano. Ma forse è
mancato il coraggio, ai produttori altisonanti Soderbergh e Clooney e allo
stesso regista.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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