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L'Isola1h 43'
Regia: Costanza Quatriglio Lo scarto tra finzione e realtà, ammesso che questi due termini possano separarsi, è controverso e stridente
nel lavoro di Costanza Quatriglio. Perché c'è un soggetto, una sceneggiatura che fa baluginare dei tipi umani. Il
desiderio di coincidere con il proprio essere che ha le sue variazioni da Turi a Teresa. Da una parte lo scollamento del ragazzo
in crescita che dice "non sopporto le reti, amo il mare" alludendo tiepidamente alla proiezione di sé fuori dal
destino che il padre ha immaginato per lui: "Turi marinaio? Ce l'ha già il suo lavoro". Dall'altra parte Teresa
che vive simbioticamente in contatto armonico con il mondo che la circonda ed è fiduciosa della possibilità di soddisfare
i sogni di bambina. Però il film è profondamente eccitante per la posizione della mdp nel tempo. Per comporre e
scomporre le immagini generando una straordinaria rete percettiva, sempre sensibile alla luce, ad un senso estetico dell'inquadratura.
Per cui si ha l'impressione, rara, di penetrare il film, di attraversarlo, non nelle sue storie, ma nelle sue immagini forti di
mare, cielo, terra. Come Respiro di Emanuele Crialese, Quatriglio dimostra che gli archetipi della specie
umana sono vivissimi e privi di metafore. Sono le stesse immagini che dichiarano il loro senso immediato. Il mare e la terra sono degli
antri materni, sono qui/lì per racchiuderci (come nell'isola), per abbracciarci saldamente, accoglierci come una parte intima,
un pezzo di sé del quale non ci si può privare. C'è un senso creaturale, una apologia panteistica della natura
che dona innumerevoli sensi/immagini che infine minimizzano il senso più ottuso di piccole storie. La loro farraginosità
deve essere ricostruita, rifigurata da un'ipotesi di fiction. Ed è questo il lato più debole del film, quello che ci
riporta al rapporto stridente tra rappresentazione della cosa in sé e rifigurazione per una ipotesi narrativa. E quest'agone
narrativo deve sforzarsi per estendersi, evadere, stare alla larga dallo stereotipo (potrebbe essere anche la formula "realistica"),
perché uno, due, tre personaggi sono insufficienti, non bastano mai, vale sempre la performance corale dell'immagine. Il passaggio
da un personaggio all'altro è sempre arbitrario, goffo, rispetto alla complessità del tutto.
Quatriglio, seguendo la lezione del cinema iraniano, sembra diffidare della possibilità di una storia forte, riconoscibile, che
punta il suo sguardo in una sola direzione (rispetto a Kiarostami, Makhmalbaf e Panahi qui il soggetto tende a moltiplicarsi nello spazio
e nel tempo senza i virtuosismi iraniani, con un riferimento al passato tenerissimo, come la scomparsa del nonno per la salvezza di Teresa).
Per questo paradossalmente nel primo lungometraggio di Quatriglio assistiamo ad uno scioglimento delle storie (dei cortometraggi) in una
percezione vastissima, che potrebbe essere un film di tre, quattro, cinque ore. Perché il tempo diventa lo strumento discreto, umile,
per avvicinarsi ai tratti espressivi dei personaggi. Questo immenso pudore si preoccupa di registrare le tracce che coglie nei lunghissimi
primi piani. Le inferenze devono risultare automatiche e non indotte per i sintomi sparsi lungo il film. Il mutismo di Turi, per esempio,
è infine il segno di una inquietudine profonda?Il cinema di Quatriglio è fatto dalla presenza di porzioni d'immagini penetranti, scene autentiche per la loro naturale intensità, come la nascita di un vitello, la pesca del tonno, lo scambio di latte e bottiglie, il lavoro nella cava di pietre, il detenuto meccanico, il lavoro domestico della madre di Teresa e Turi, Teresa che si occupa del bar (la vediamo preparare i gelati), o servire la birra al padre e agli altri pescatori, la nonna che chiude le persiane della stanza da letto, Teresa che mette le gocce negli occhi della nonna. Sequenze che dicono senza articolazioni drammaturgiche. Il pianto doloroso e contenuto della nonna insieme alle lacrime di Teresa è lì come un altro momento della storia mai narrata, dell'elemento che la mdp è sempre in grado di registrare come fondamentale evento (a sé) che si produce magicamente davanti ai nostri occhi. È il mistero del grande cinema che nessuno può svelare. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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