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Irréversible1h 35'
Regia: Gaspar Noé C’è un principio del cinema amorale e questo principio “deve”
o “può” esser accettato al di là del giudizio di valore sul film che certo
prescinde da ogni caratteristica del bene e del male, concentrandosi sulle
varie componenti del film per sintonizzarsi con la sua complessiva carica
significante. Ebbene Irréversible è un film assolutamente coerente
(almeno nella sua apodittica visione del mondo), e anzi diremmo meticoloso
nella affermazione ostinata di alcuni temi, che sono riassunti da quella specie
di decalogo “didascalico” che riassume i “contenuti” principali della storia.
Forse per capire meglio il film non si può prescindere da essi anche perché le
affermazioni coincidono con alcuni dialoghi. La prima e anche l’ultima è che “il
tempo distrugge tutto”. Non è che non ci siamo accorti della corruttibilità
temporale di tutte le cose, ma qui tale osservazione sembra più pertinente alla
necessità di fondare o penetrare lo spazio tempo che consente di vivere secondo
quella misura umana che deriva dalle seguenti asserzioni: “l’uomo è un animale”,
“perché il desiderio di vendetta è una pulsione naturale” o “la storia è tutta
scritta con il sangue e con lo sperma”. Al centro “l’irreversibilità del tempo”
e poi un accenno all’“amore che è fonte di vita” e alla “perdita della persona
amata che colpisce come un fulmine”.
Queste dichiarazioni fondano lo spazio tempo di un racconto essenziale e scarno, il cui procedere in senso inverso dimostra come l’epilogo sia già impresso nel pregiudizio, vale a dire incastrato in quel decalogo di azioni e suggerimenti, dove la vita umana è definitivamente un evento statico. Così non c’è bisogno di immedesimarsi nel processo psicologico che eventualmente porterà alla parossistica vendetta rabbiosa dei protagonisti. Tutto è già scritto e succede all’inizio invece che alla fine. In effetti, tale modo di sovvertire lo spazio tempo del film è meno ipocrita delle tradizionali vie narrative perché molti film contengono anche peggiori ideologie grossolane nel cuore di esposizioni lineari. Naturalmente Irréversible non ha niente a che fare con Tarantino e il suo gioco di innesti, poiché qui manca quello stimolo lanciato allo spettatore a ricostruire complessi di elementi, perché i blocchi narrativi di Noé infine sono molto più schematici e fissi, sono già scontati dopo pochi minuti. Né tanto meno si può paragonare alla frammentarietà e alla indecidibilità dell’immagine di Memento nel quale la percezione era sempre confusa ed incerta. Ma quel che interessa (su un profilo razionale e non estetico) nel film di Noé
è la rappresentazione di questo male assoluto in relazione alla prolungata simulazione
della barbarie umana. Ancora una volta è una questione di tempi. Lo stupro di
lunghissimi minuti dovrebbe certificare un’esistenza dell’orrore, del senso di
gratuità dispotica di un abuso che si compie in totale tranquillità, con il
sentimento autentico del sopraffattore, e non di quello della vittima il cui dolore
è molto stemperato (anzi finisce presto in splatter come per la testa del presunto
colpevole martoriata da un estintore). Il violentatore ha a che fare con la
Bellucci che fisicamente quasi lo sovrasta per imponenza. È curioso come il
corpo a corpo si risolva in una scena macchietta dove lo stupratore fa
meccanicamente la sua parte e la vittima si limita a qualche contorcimento. Il
dolore e la brutalità sono approssimativi, sintomi di una visione anestetizzata
del mondo in cui il semplice vigore dei corpi è già una misura della barbarie
umana. Molto più spaventosi erano i dialoghi di Neil Labute in Nella Società
Degli Uomini. Insomma Irréversible non riesce neanche a esibire il
gesto di schietta violenza ma solo una sua tiepida caricatura. Quasi tutti i
segni, come la banale denominazione del locale gay, il “Rectum”, indicano una
sconfortante debolezza di immaginario. Se voleva esser spietato, Noé doveva
tirar fuori del suo decalogo pessimista ben altre ombre nichiliste, avrebbero
reso il film molto più inquietante.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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