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Iron Man2h 06'
Regia: Jon Favreau Tratto dal supereroe della Marvel concepito nel 1963 da Stan Lee, Jack Kirby, Larry Lieber
e Don Heck, Iron Man di Jon Favreau è un ulteriore tassello dentro l’ampio mosaico di rivisitazioni cinematografiche
di prototipi provenienti dal fumetto, a cui il recente cinema americano mainstream ci ha abituati. Fatto prigioniero in Afghanistan
(che nel fumetto era il melmoso e apocalittico Vietnam) dopo un’imboscata alle truppe americane, Tony Stark (Robert Downey Jr.),
industriale americano geniale costruttore di armi da guerra, riesce ad evadere grazie a un’imponente armatura avveniristica
da lui stesso costruita. Tornato in America, ben presto dovrà vedersela con Obadiah Stane (Jeff Bridges), suo fidato braccio
destro che in realtà è in procinto di ordire nei suoi confronti un complotto di dimensioni globali. Con l’aiuto della bellissima
assistente Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e dell’amico fidato Colonnello Rhodey (Terrence Howard), Stark assumerà i panni del
potente Iron Man.Pochi corpi attoriali avrebbero potuto essere migliori di Robert Downey Jr. per interpretare il multimiliardario Stark. Il percorso compiuto dall’attore americano negli ultimi anni è infatti sempre più lucido e interessante nel proporre un corpo continuamente "corrotto" e precariamente multimediale e schizofrenico (Zodiac, A Scanner Darkly, Fur e, per certi versi, Guida per Riconoscere i Tuoi Santi). Un corpo attoriale sempre in bilico tra autobiografismo (la famigerata dipendenza da droghe e alcol), dimensione recitativa e riconoscibilità segnica, che sulla carta si adatta perfettamente alla natura del protagonista, identità umana che ha bisogno di protesi tecnologiche per sopravvivere e diventare altro da sè. Detto questo, l’adattamento compiuto da Favreau e i suoi sceneggiatori ci sembra non riesca a sfruttare pienamente le potenzialità
del progetto. L’idea gibsoniana del corpo-macchina rimane icona mediatica da "imprimere" su ogni fotogramma, priva di pulsazioni
interne al quadro. E’ come se mancasse tutta la struttura concettuale che sta dietro all’entità Iron Man, non più uomo non solo
macchina. Un ibrido postmoderno che nella pellicola di Favreau è dato per scontato perché inteso già come merce e non più come
corpus pulsante di un progetto filmico. Ecco che allora in Iron Man finiscono con il mancare proprio le sfumature necessarie
per uno sguardo autoriale o, più semplicemente, drammaturgico. Il Tony Stark di Downey Jr. è infatti sempre e solo descritto
dicotomicamente: o uomo o eroe, senza che vi siano legami tra queste due monadi, o un ipotetico ponte cronenberghiano che unisca
questa doppia natura. Corpo biomeccanico e post-umano, l’Iron Man creato da Stan Lee è sempre stato uno dei supereroi più
filosoficamente spaventosi e avanzati: ideologicamente ambiguo e dalla genialità distruttiva, Tony Stark è una sorta di James
Bond post-atomico e vendicativo, il controaltare capitalistico e sterminatore della cultura hippy dei sixties. Tutte ambiguità
che nella pellicola rimangono flebili tracce "di superficie". L’operazione di Favreau è forse paradossalmente troppo sintetica
nel suo legame ai testi di partenza e allo stesso tempo troppo poco cinematografica per riuscire a coltivare una necessaria
tridimensionalità. E’ come se la fedeltà al materiale fumettistico preesistente impedisse a film e personaggio di spiccare
veramente il volo. Incastonato nell’ormai collaudata e prevedibile scrittura da "primo capitolo", l’eroe protagonista perde
troppo tempo nel rispettare i giusti ritmi narrativi per la progressiva trasformazione in supereroe e nel combattere a turno
con i propri nemici storici, senza riuscire a disegnare traiettorie veramente libere e sorprendenti e diventare archetipo
filmico. L’intera operazione finisce così con l’essere claustrofobicamente chiusa in quella stessa armatura che avrebbe dovuto
essere rivestimento esplosivo e rigenerante di un "nuovo" mito.
© 2008 reVision, Carlo Valeri |
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