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Invictus

2h 13'

Regia: Clint Eastwood


Non importa quanto sia stretta la porta, / quanto piena di castighi la pergamena, / Io sono il padrone del mio destino: / Io sono il capitano della mia anima.
(William Ernest Henley, 23 agosto 1849 – 11 luglio 1903)


E così, ancora una volta grazie al magnifico vecchio Clint e al suo ultimo emozionante film, Invictus, ci ritroviamo a condividere un’emozione: quella di Francois Pienaar (Matt Damon), capitano della squadra degli Springboks, che s’interroga pensoso, alla finestra, su come un uomo possa perdonare i propri persecutori che lo hanno costretto a ventisette anni di prigione? Quell’uomo si chiamava, si chiama e si chiamerà Nelson Mandela, detto "Madiba", recluso dal 1962 fino al 1990 per il suo impegno contro l’apartheid in Sudafrica e, una volta libero, eletto all’unanimità presidente il 27 aprile 1994 di quel Paese un tempo infelice, una carica ricoperta fino al 14 giugno 1999, prima di ritirarsi dalla vita pubblica, nel mese di giugno del 2004, alcune settimane prima del suo ottantaseiesimo compleanno.
Il "classico" Eastwood si misura, con la consueta vibrante discrezione, con questo mito vivente (arrivato alla veneranda età di 92 primavere) regalando al grande Morgan Freeman l’interpretazione decisiva per la quale forse si guadagnerà un Oscar nell’imminente edizione. L’incipit segna la fatidica data della scarcerazione, l’11 febbraio 1990, con lo squarcio quotidiano di due gruppi, di adulti e ragazzi sia bianchi sia neri, intenti a giocare a palla: razze diverse accomunate da un’identica passione. Il convulso passare di un corteo di automobili avverte che l’evento si è compiuto: a bordo di una di esse c’è il leader africano finalmente libero. Per raccontare agli ignavi la formidabile parabola politica ed esistenziale di Mandela il film ricostruisce frammenti di repertorio, lacerti di cronaca finiti sui libri di Storia, la vertigine che ha provocato una guerra civile non metabolizzata (perché ancora, ci racconta Eastwood, c’è gente come l’allenatore del gruppo dei giocatori bianchi che ha il coraggio di definire terrorista colui che per il mondo intero è diventato un eroe). La vicenda del film è ambientata nel 1995, come la storia del libro da cui deriva, "Ama il tuo nemico" di John Carlin (corrispondente in Sudafrica dal 1989 al 1995), intensamente tradotta per lo schermo da Anthony Peckman. E ancora una volta è la metafora sportiva a indicare la sempiterna vocazione umana alla sublimazione, la capacità di tradurre le proprie pulsioni distruttive in un contrario che esalta qualità vitali come la lealtà e il coraggio condotte alle misure di un gioco che mette in campo cuore e cervello (assieme a quel sentimento di solidarietà incisivamente raccontato da Ken Loach nel suo ultimo Looking for Eric su un’improvvisata squadra pronta a spendersi per un amico nei guai).

L’intuizione da leader di Mandela seppe identificare nel rugby uno degli strumenti di riconciliazione nazionale: fu "un calcolo umano e non politico" che sortì l’effetto dovuto, costringendo il Paese a specchiarsi in una vittoria finalmente livellatrice, in grado di far sentire simili comunità dal colore differente. Intensa è la riflessione sul perdono, virtù evocata dallo stesso Mandela incarnato da Freeman con l’angelica parafrasi del perdono che "libera l’anima", a sottolineare l’utopia tradotta in realtà dallo spessore umano del protagonista, sopravvissuto ad anni di lavoro forzati. E’ il perdono come arma che un film come Invictus mette in campo fin dal titolo che in latino vuol dire Imbattuto dando nome a un poema inglese di William Ernest Hemley, testo ispiratore per Mandela negli anni della prigionia. L’invito alla resistenza di fronte alle diverse qualità e forme dell’oppressione che Eastwood formula, denunciando un’adesione alla materia mai tradotta in vieta retorica, si concentra sulla dimensione privata del protagonista inquadrato durante la routine delle sue passeggiate notturne mentre s’informa sui parenti degli uomini di scorta. Altrettanto intenso è poi il decisivo dialogo del carismatico leader col biondo Francois Pienaar, capitano della squadra degli Springboks.
Girato in location reali (grazie all’adesione fattiva del vero Mandela), come il palazzo presidenziale, non accessibili da venticinque anni, il film racconta del periodo nel quale il Sudafrica ospitò, nel 1995, i Mondiali di rugby dove gli Springboks inizialmente dovettero subire la vittoria degli inglesi e l’astio rancoroso della comunità nera che li identificava come aderenti all’odiosa ideologia dell’apartheid mentre la minoranza degli afrikaner li appoggiava (la sintesi di tale contrapposizione sta tutta nella sequenza del bimbo di colore a cui regalano una maglietta degli Springboks ed è costretto a fuggire lungo le strade dei sobborghi di Soweto). Il patto, sancito da Mandela nel suo studio presidenziale all’ora del tè, è chiaro: Pienaar deve guidare la sua squadra a una vittoria che possa sancire l’unità del suo Paese. Ed è quello che è capitato realmente nel mese di giugno del 1995, quando nello stadio di Ellis Park, gli Springboks batterono ai tempi supplementari una delle squadre più forti del mondo, i neozelandesi All Blacks: una vittoria che sancì il riscatto stesso del Sudafrica lacerato e inviso per i suoi trascorsi razziali, unificando in un unico gesto di esaltazione un intero popolo. Al termine della partita fatale, il cronista, rivolgendosi a Pienaar, gli chiede come avrebbe potuto farcela senza i sessantatremila tifosi allo stadio, il capitano risponde che quel tifo rappresentava pienamente quarantatre milioni di sudafricani.

Non manca il pathos né la commozione in questa lezione di magnifica retorica offerta da Eastwood, che esalta l’umana sintonia tra l’eroe Mandela, il suo tempo e il suo popolo attraverso la rassicurante forza di una gentilezza che è segno delle personalità superiori (anche nella difficile arte della politica) ed è rivelatrice di un’intelligenza profonda. Matt Damon, adeguando muscoli e sensibilità al suo personaggio, si conferma uno dei migliori attori della sua generazione, nell’utilizzo espressivo fatto di notazioni essenziali quanto febbrili, mostrandoci con bella misura l’emozione di Pienaar in visita nella minuscola cella dove era prigioniero il leader africano lì trasformato nel numero 46664. Nella sua immaginazione, le parole poetiche danno corpo a una figura che si consegna al mito, ripercorrendone il calvario. Morgan Freeman fa di Mandela un padre spirituale oltre che politico, affabile e cordiale (un uomo che vorremmo avere come amico), disposto al saluto con la mano rivolta verso l’alto e al "grazie" quando riceve i suoi ospiti nella stanza presidenziale o quando, indossando la maglietta e il berretto della squadra, stringe la mano in campo ai suoi giocatori e a quelli della squadra avversaria. E il film ci regala pure una performance straordinaria, quella di Adjoa Andoh nel ruolo del braccio destro di Mandela, Brenda, sorta di Eastwood al femminile (nella sua funzione di contraltare): una presenza illuminante nella sua trasparenza, concreta ed evocativa.
Invictus è una vera e propria sinfonia tutta in crescendo che ha per culmine le memorabili sequenze dell’incontro di rugby, tra le più belle viste a cinema sin dai tempi di Fuga per la Vittoria di Huston. La vocazione di Mandela a favorire il percorso dell’integrazione è raccontata attraverso indicativi episodi come quello che sottolinea la scelta, da parte del leader, di utilizzare da presidente guardie del corpo sia bianche che di colore, oppure quella di non licenziare, una volta insediatosi, lo staff del precedente presidente, l’afrikaner Frederik Willem de Klerk che aveva posto fine all’apartheid governando dal settembre 1989 al maggio del 1994. E’ attraverso questi piccoli esempi di civiltà politica che Eastwood ci presenta la straordinarietà anche ammonitoria dell’esperienza del suo eroe dei nostri tempi (un eroe mai sul piedistallo, capace pure di regalare una percentuale del proprio stipendio in beneficienza). Altra notazione di questo peana sui vantaggi della solidarietà è quella che vede gli Springboks (della squadra fa parte un solo giocatore nero) insegnare le regole del rugby ai bambini dei sobborghi, esempio d’integrazione sciolto nella quotidianità ordinaria.
La colonna sonora che lega i momenti emblematici del film in un unico, commosso afflato, è composta da Kyle Eastwood e Michael Stevens, con tocchi al pianoforte mescolati a un asciutto arrangiamento orchestrale insieme a canzoni animate dai cori africani di straordinaria intensità (basti citare quella dall’emblematico titolo "9,000 Days" musicata dallo stesso Clint con le parole della moglie Dina). E il regista Clint si conferma nipote artistico dell’astro John Ford (pensiamo al bellissimo L’Ultimo Urrà con Spencer Tracy) esibendo una leggerezza di tocco che utilizza i dettagli per raccontarci (anche ironicamente, alla Huston) il confronto aspro tra le idee degli uomini e le loro azioni, trasudanti valori universali che per Eastwood si condensano nel personaggio uomo Mandela, esempio morale di una misura talmente umana da potersi confrontare con quella, metafisica, del Dio della giustizia e della pace.

© 2010 reVision, Francesco Puma