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Into the Wild – Nelle Terre SelvaggeInto the Wild - 2h 28'
Regia: Sean PennVi è un incanto nei boschi senza sentiero/ Vi è un'estasi sulla spiaggia solitaria/ Vi è un asilo dove nessun importuno penetra/ In riva all'acque del mare profondo/ E vi è un'armonia nel frangersi delle onde/ Non amo meno gli uomini ma più la natura Lord Byron Il mito del giovane avventuriero per vanto, del "born to be wild" che decide di liberarsi
dal fardello di una quotidianità alienante alla scoperta di orizzonti nuovi e rigeneranti, è davvero duro a morire. E’ un mito
romantico nutrito prima dalla letteratura e poi dal cinema, capace di recuperare le vicende trascorse dei tanti sanfrancesco
della Storia, rinnovatosi nella magnifica retorica del rifiuto ideologicamente marchiata negli anni Settanta.Si chiama Christopher McCandless l’eroe del disagio, protagonista della quarta regia di Sean Penn (campione di sregolatezza dietro e davanti la macchina da presa), ventiduenne in fuga, durante l’estate del 1990, quando si laurea ad Emory scegliendo poi di chiudere il proprio conto in banca (24.292 dollari regalati ad un’organizzazione no–profit che combatte la povertà, la OXFAM) e partendo per rinnovati lidi fino in Alaska, meta raggiunta solamente nell’aprile del 1992. Ispirato ad una vicenda realmente accaduta, Into the Wild – Nelle Terre Selvagge ha incontrato i calorosi favori del pubblico nella seconda edizione della Festa del Cinema di Roma come esempio di coraggiosa indipendenza creativa e produttiva, racconto di una ribellione nei confronti della società consumistica che si trasforma in apprendistato esistenziale esemplare a celebrare l’epopea degli spiriti ribelli che scovano "on the road" le nuove frontiere del senso della vita. E’ innanzi tutto una scelta di solitudine quella del ribelle Christopher (impersonato dall’atletico, sorprendente Emile Hirsch), un fuoco che si alimenta nel braciere familiare, qui rappresentato in tutta la sua sconfortante tiepidezza borghese. Il padre Walt McCandless (interpretato con asciutta malinconia da William Hurt), è un ingegnere della NASA mentre la madre Billie (a cui Marcia Gay Harden offre una straziata intensità) accetta a malincuore la difficile fuga del figlio verso l’Assoluto naturale degli impervi scenari naturali in Arizona, Nuovo Messico e Sud Dakota. Un rapporto speciale lega Christopher alla sorella Carrie (Jena Malone) la cui voce fuori campo funge da fil rouge narrativo per l’intero film accanto alle evocative citazioni di frasi degli scrittori prediletti dal protagonista, Jack London, Mark Twain, Tolstoj ed Henry David Thoreau. Nel rappresentare l’esaltazione dell’errabondo in fuga per due anni dalla civiltà occidentale, Sean Penn non tralascia la
descrizione minimalistica del confronto con i disagi spazio–temporali del pellegrinaggio, gli autostop e la difficoltà dell’arrangiarsi.
Passo dopo passo Christopher muta in sintonia con le asprezze e le meraviglie dei paesaggi in corso, assumendo la rinnovata
identità di Alexander Supertramp. Le varie tappe sulla rotta verso l’Alaska sono scandite da incontri con personaggi straordinariamente
marginali come l’euforico Wayne Westerberg (Vince Vaughn), falegname ricercato dalla polizia ed irresistibile sostenitore dell’impresa;
o come Rainey (il debuttante Brian Dierker al quale è affidato il coordinamento delle riprese in acqua) e Jan Burres (Catherine
Keener), una coppia hippie che vive in roulotte a Slab City, nel deserto della California, contesto dove è nata e cresciuta
anche Tracy (Kristen Stewart), un’introversa adolescente che con la chitarra suona allietanti melodie country. La malinconia
aleggia anche tra i figli dei fiori, un dolore da affrontare quotidianamente: lui è un vagabondo reduce dal Vietnam rifugiatosi
nel Grand Canyon, lei tenta disperatamente, in un silenzio annichilente, di stemperare la dolorosa morte del figlio. Prima di
ritrovarsi, alla fine del viaggio, dentro un autobus abbandonato e in preda ad un’inedia che lo condurrà alla morte, il neo-Supertramp
fa un ultimo, struggente incontro con l’anziano Ron Franz (il leggendario Hal Holbrook, famoso in tv e nei palcoscenici off
dove ha recitato più volte la figura di Mark Twain) che nel ragazzo identifica il figlio che avrebbe sempre voluto.C’è parecchia pietas, però asciutta fino al disincanto, nella narrazione del commovente distacco tra il vecchio e il giovane "sacrificato", l’empatica enfasi che coniuga mirabilmente gli sconfinamenti fisici del paesaggio con quelli fisiologici dell’interiorità di questi novelli "spostati" (ricordate il grande film di Huston?). Suddiviso per capitoli, con simbolici salti temporali in cui si staglia la potente identità del protagonista, sostenuto dalle
bellissime canzoni country di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, che s’innestano organicamente nell’evocativo teatro del racconto
(giustamente, per scelta distributiva, con i sottotitoli in italiano), magistralmente fotografato da Eric Gautier, Into the
Wild – Nelle Terre Selvagge è un denso excursus nell’America remota ed impervia che evoca l’epica delle frontiere smarrite
in Furore di John Ford. Tra le sequenze memorabili c’è quella in cui Christopher cavalca con il suo kayak le onde del
fiume Colorado, girata alla maniera di John Boorman. La regia tende al sublime con misura e vigore capace di magistrale sintesi,
come nella scena che vede Christopher scheletrico di fronte ad un orso minaccioso che non lo aggredisce. Sceneggiato dallo stesso
Penn sullo spunto del bel libro dell’alpinista–scrittore Jon Krakauer, "Nelle terre estreme", il film condensa un vibrante
dramma umano attraverso lo squarciarsi fisico e spirituale di un giovane votato fino allo spasimo ad ideali di purezza e di
grazia, in una violenta, conflittuale scelta estrema. L’epopea dell’avventura dell’anima trova la sua forma ideale: Into
the Wild si segnala come uno dei piccoli grandi eventi della stagione così come Penn, già autore del magnifico La
Promessa, conferma il suo talento di cineasta classico accanto al maestro di tutti, Clint Eastwood, condotto a meritarsi
un posto nel piccolo olimpo degli indipendenti del rimanente cinema presente.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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