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Intimacy - Nell'IntimitàIntimacy - 1h 40'
Regia: Patrick Chèreau La solitudine rimane nel mondo per crearne un altro.
Ma è possibile rompere in qualche modo la "menzogna sociale" che ci costringe a non sentire l'insufficienza del nostro tempo interiore, fino a creare la possibilità di una
relazione psicologica dove l'altro non sia soltanto un pretesto per mantenere il limite creato dalla realtà della separazione?
Intimacy - Nell'Intimità ci dice tutto lo smarrimento, tutta l'angoscia che ci attraversa quando la sfida lanciata al nostro narcisismo diventa consapevolezza della
"doppiezza" di una realtà che evita di chiudere la ricerca della nostra "reale" dimensione psicologica, che sente come una sorta di coazione inconscia la volontà di
rilanciare l'elemento proiettivo.
Jay (Mark Rylance) segue Clair (Kerry Fox) e non si accorge di inseguire un fantasma, un fantasma che continuerà a tradire la sua ricerca del vero, l'intimità conquistata
e di nuovo perduta nel corso dei "congressi carnali" che, ogni mercoledì, sembrano promettere una capacità relazionale più profonda, per poi smentirla di lì a poco.
La crescita psicologica, a questo punto, diventa qualcosa di diverso dalla descrizione delle possibilità costruttive contenute nell'intimità che si crea all'interno di
un rapporto trasgressivo.
Intimacy - Nell'Intimità sembra dirci che qualunque tentativo di uscire dalla prigione del corpo è destinato al fallimento, perché la morte psicologica e affettiva, quella alla quale accenna il personaggio di Betty (Marianne Faithfull), è solo il "punto di crisi" di un dialogo differito e non il segno palese di una disgregazione che prelude alla palingenesi, alla restaurazione di uno stato originario. Non c'è morte che ci possa salvare, perché non c'è alternativa all'abissale solitudine che ci perseguita. Tutte le scene di sesso di Intimacy - Nell'Intimità sono di un intensità particolare, rara a vedersi, e lo sono perché ci dicono, finalmente, che tutte le unioni sono l'incarnazione di una malattia, di una condizione patologica che ci costringe a cercare il sentimento per porre rimedio ad un'alleanza tradita, ad una incertezza emotiva che non può fare a meno di cercare conferme nell'altro. Spesso si parla di benessere, innanzitutto emotivo, psicologico. Ma come dimenticare che la disgregazione dalla quale non si riesce a tornare è ciò che esperiamo quotidianamente e non l'abisso all'interno del quale rischiamo di precipitare? Lo spettatore che sceglie di vivere Intimacy - Nell'Intimità come la ricerca inconsapevole di una via d'uscita da un labirinto che non sembra avere centro si trova
all'interno di una condizione psicologica primitiva, si sente "vittima" degli altri o forse di se stesso e non comprende di compiere una scelta colpevolmente rinunciataria,
destinata ad aprire una ferita difficilmente rimarginabile.
Una scelta che assomiglia al principale assioma attorno al quale ruota la ricerca del vero di Jay, ovvero la certezza, certo inconsapevole, che possa esistere un rimedio alla
"malattia" di Claire.
La "disponibilità" di Claire, infatti, lo costringe all'interno del ruolo di contenitore passivo di una dinamica di coppia che, non avendo modelli di riferimento, costringe
ad inventare una comunicazione troppo poco assertiva, troppo lontana dagli schemi fissati dal "gioco di ruolo" che ci vedrebbe, al contrario, costretti all'interno di
dinamiche psicologiche, proiettive facilmente identificabili.
Non è possibile, ovviamente, non pensare al rapporto tra Jay e Claire se non come rifiuto delle "complicazioni" inevitabili all'interno di un rapporto "istituzionalizzato".
Ma come non riconoscere l'evidente slealtà con la quale la nostra debolezza di fronte ad una verità che intuiamo soltanto è ritratta in tante opere presuntuosamente d'autore
e la libertà, la consapevole inadeguatezza dello stile di Patrick Chèreau, che ci fa sentire tutto il peso e la responsabilità del tradimento che accompagna, inevitabilmente,
il mistero della vita?
© 2001 reVision, Marco Marinelli |
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