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Ragazze Interrotte

Girl, Interrupted - 2h 05'

Regia: James Mangold



Il manicomio è probabilmente un errore, in senso generale. Se in manicomio si finisce per errore, la vicenda prende l'aspetto di una vera e propria tragedia. Questa la base narrativa di Girl, Interrupted, che adattando le memorie di Susanna Kaysen, spedita per due anni in un'istituzione totale nel 1967, ricostruisce la follia di secondo grado che si agita tra le mura di edifici che si trasformano in vere e proprie prigioni.
Sconta pesantemente, questo film, il pesante precedente di Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo: un parente ingombrante da ospitare, carico di un Grande Slam all'Oscar come bagaglio e di un posto definitivamente assegnato nell'immaginario collettivo dello spettatore.

Cancellato a fatica questo souvenir, si è alle prese con una struttura volutamente non rilegata, che ripete nella costruzione l'aspetto diaristico del libro di partenza. Si sfogliano pagine ed episodi non conclusi, che mimetizzano i giorni che passano lentamente, spesso dolorosamente. Più dei fatti, finiscono allora per contare i personaggi. Susanna, interpretata da Winona Ryder, involontaria esploratrice di questo continente senza regole; e Lisa, violenta, ribelle e disordinata, la già premiata Angelina Jolie. Schegge impazzite nel cumulo di inutili terapie, di piccole angherie, di grandi viltà commesse da infermieri e medici. La prospettiva è unicamente quella di una fuga, oltre le sbarre che delimitano il mondo dei pazzi. Fuga quasi taciuta dal film, destinato dalla sua stessa natura a vagare senza una meta, e senza timoniere. Per questo la virata che conduce verso il finale risulta vagamente stonata. Per questo, la coesione, o la programmatica mancanza di essa, sono ipotesi che mancano di verificarsi.

Resta un atteggiamento actor-oriented, che cerca di valorizzare la performance individuale a scapito del quadro generale. Difetto che già ammorbava il Mangold precedente, Cop Land, ipertrofico di interpreti stellari ma lezioso come una compagine calcistica che si affidi alle invenzioni dei singoli, più che al gioco di squadra. La Jolie trova in questa linea di condotta pane per i suoi eccessi, finendo per meritare tra uno strepito e l'altro anche l'Oscar. La Ryder fatica a tenere il passo nei marosi provocati dalla compagna, pur risultando convincente nel ruolo di Susanna.
Mangold, efficace nel descrivere la rete di relazioni che si stabilisce tra gli individui, e nel valorizzare il cotè dei personaggi, claustrofobico e opprimente, si perde nella frammentarietà del racconto, non riuscendo ad elaborare un quadro definito dalla cascata di tessere che emergono dalla inquadrature. Schizofrenia da collante narrativo, la definirebbe una patologo del cinema.

© 2000 reVision, Riccardo Ventrella