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The Insider2h 37'
Regia: Michael Mann Michael Mann (il regista di Manhunter e Heat), Eric Roth (lo sceneggiatore di Forrest Gump), Al Pacino
(per molti, l'Attore): tre nomi eccellenti del cinema americano si incontrano nell'impresa creativa chiamata Insider, un docudrama che ha avuto un impatto
straordinario sull'opinione pubblica negli USA. E non c'è da stupirsi: un film che mette in gioco temi come l'etica dei media e del capitale, a partire da un fatto
di cronaca scottante come la causa intentata alle multinazionali del tabacco, smuove le coscienze di un pubblico notoriamente affascinato dalle grandi battaglie civili.
Da noi (ed è forse un bene per la nostra analisi) la questione dell'informazione non è materiale interessante, forse perché qui i giornalisti diventano delle star
solo a condizione di trasformarsi in innocui imbonitori televisivi, o in stanchi e prezzolati provocatori da salotto. Un Lowell Bergman come quello interpretato da
Pacino, insomma, produttore di "60 minutes", volitivo giornalista d'assalto in grado di andare al braccio di ferro con la CBS Corporation per il problema morale, in
Italia ci è dato vederlo giusto al cinema. Il fatto di cronaca, per essere concisi, riguarda le vicissitudini di un chimico, Jeffrey Wigand (interpretato da Russell Crowe, nominato all'Oscar per questa parte), che viene licenziato per insubordinazione dalla Brown&Williamson: ha scoperto che il tabacco delle sigarette viene trattato chimicamente con ammoniaca per indurre nel fumatore una dipendenza fisica dalla nicotina. Il giornalista Lowell Bergman arriva per vie traverse ad incontrare Wigand, e cerca di convincerlo a rendere pubblica la notizia: i due uomini entreranno progressivamente in conflitto con se stessi, con le persone amate, con l'etica professionale, con gli interessi delle multinazionali. La vicenda di Insider vede anzitutto una contrapposizione di caratteri che è un rovesciamento dello schema narrativo di Heat: in questo avevamo un "official hero" (Pacino) e un "outlaw hero" (De Niro) che nell'antagonismo si riconoscevano come identici; ora abbiamo invece due eroi positivi, che giocano la stessa partita, ma che risultano molto diversi tra loro. L'approccio narrativo di sceneggiatore, regista e attore è impressionante: non solo il rapporto del personaggio col mondo è definito al dettaglio, a partire dai legami sentimentali fino a comprendere i dettagli della vita quotidiana; ma viene ugualmente rappresentato il suo mondo interiore, la sua inconfessata essenza. Di Lowell apprezziamo subito la statura professionale: le prime sequenze del film ci mostrano il giornalista al lavoro in Iran, in una situazione di pericolo reale. Questo prologo contiene fra l'altro un interessante riferimento alla sostanza di Insider, quando vediamo Lowell e il mullah che contrattano la partecipazione di quest'ultimo al programma televisivo: il grandangolo allontana inverosimilmente i due attori, che pure siedono uno di fronte all'altro, impegnati in una metaforica partita di scacchi nella quale conta meno la presenza fisica dei giocatori che la strategia di gioco. Così, nel prosieguo, Lowell affronterà un match impossibile con un nemico più insidioso, perché invisibile: il potere economico, che controlla gli organi di polizia, di informazione, di giustizia. La vita quotidiana dei personaggi è rappresentata in semisoggettiva (la tipologia dello sguardo cinematografico col massimo effetto di realtà), con la steadicam a pedinare l'attore nei gesti minimi, nella concitazione delle decisioni importanti, nella disperazione, o nella semplice routine: nella scena cruciale del dialogo di Lowell con la moglie, Mann si serve di una varietà di soluzioni di montaggio, operando un'interessante di sintesi di montaggio breve e ripresa in continuità (di decoupage in profondità e decoupage analitico, per dirla con Bazin). La costruzione dell'universo diegetico (il mondo in cui agiscono i personaggi di Insider) è affidata in egual misura alla sceneggiatura, alla recitazione, alla messa in scena.
All'interno della sceneggiatura (firmata da Roth e Mann), assumono un'importanza centrale i cosiddetti "informanti", ossia quegli elementi che disegnano la fisionomia del personaggio
come persona e come unità psicologica e si è già detto della cura con cui il film ci mette in rapporto con le vite di Lowell e Jeffrey; nel dialogare fitto degli attori (che spesso
è "dialogo di comportamento", ossia rumore del personaggio, come una sua "caratteristica fisica") poi affiorano un certo numero di "indizi", tracce disseminate sotto forma di parole
isolate che si ricompongono in chiavi di lettura stimolanti. Vediamone alcune. Lowell Bergman è un radicale, che ha studiato con Marcuse: lo apprendiamo in un dialogo Pacino/Crowe. Herbert Marcuse è il filosofo della Scuola di Francoforte che ha avuto i maggiori legami con la società americana: fuggito dalla Germania nazista, ha insegnato in California a partire dagli anni '40. Il riferimento all'autore de "L'uomo a una dimensione" non è casuale in un film il cui nucleo filosofico si basa sul concetto di Verità; Marcuse ha scritto: "L'universo costituito dei bisogni e delle soddisfazioni è un fatto che va posto in questione [...] in termini di verità e di falsità". Lowell, operatore nel settore dell'informazione negli USA, è stato allievo di un filosofo che ha scritto, nella prima pagina del suo volume capitale: "I nostri mezzi di comunicazione di massa trovano poche difficoltà nel vendere interessi particolari come fossero quelli di tutti gli uomini ragionevoli". Si veda, in questo senso, la dialettica oppositiva dei coniugi Wigand, che riproduce esattamente l'oscillazione tra i "falsi bisogni" (la moglie con la sua paura di perdere lo standard di vita borghese faticosamente conquistato) e i "veri bisogni" (il marito con la sua ricerca di giustizia): per usare ancora termini marcusiani, l'oscillazione tra "falsa coscienza" e "coscienza autentica" come tratto irrazionale del sistema sociale. Muovendoci al livello della messa in scena, possiamo scoprire come l'opposizione vero/falso si sviluppi in molteplici direzioni: quando Lowell-Pacino è inquadrato all'interno della sua
abitazione, vediamo dietro di lui la parola LIES, traccia grafica dentro l'immagine derivata da un poster sulla parete, parzialmente nascosto dal corpo dell'attore.
Un altro indizio di facile lettura è costituito dagli occhiali ("emblemi della ricezione" secondo Casetti) che i personaggi del film mettono in fasi determinate dello sviluppo narrativo:
Jeffrey porta occhiali, Lowell anche ma in numero inferiore di inquadrature, mentre Mike Wallace (il giornalista che appare in video nei servizi di "60 minutes") li porta solo occasionalmente.
Il personaggio arrivista interpretato da Gina Gershon, (Helen Caperelli della CBS Corporation) non ha occhiali, e nemmeno Don Hewitt, il produttore di CBS News che "scarica" brutalmente
i nostri eroi decidendo di fare il gioco dei potenti. In un film che parla di Verità, gli occhiali sono un simbolo che rimanda alla capacità del personaggio di discernere la verità dalla
menzogna (LIES), un po' come avveniva (in maniera più diretta) in They Live di Carpenter.La recitazione degli attori può essere letta in termini di verità: il personaggio di Lowell Bergman in particolare è costruito da un attore del Metodo (anzi da un monumento vivente all'Actor's Studio) con un'attenzione speciale per il realismo della performance. La figura preferita da Michael Mann in quest'ambito è il conflitto: come nota Giuseppe Ferrara nel suo "Manuale di regia", "meglio saranno delineati i conflitti dei personaggi, degli attori-uomini viventi nello spazio-tempo del film, e meglio sarà toccata l'intelligenza dei fatti rappresentati". Ma fermarsi a questo livello d'analisi sarebbe riduttivo: come non accorgersi infatti, che il surplus di verosimiglianza viene ottenuto chiaramente da un "effetto di corpus" che riguarda anche (ma non solo) "il cinema di Al Pacino"? Lo spettatore relaziona inevitabilmente la performance dell'attore nel ruolo di Lowell alle altre performance similari: al resto ci pensa un casting programmaticamente metacinematografico che vede nel ruolo della moglie di Jeffrey Wigand l'attrice Diane Venora, già moglie (trascurata) di Vincent Hanna-Al Pacino in Heat, e nel ruolo di Don Hewitt l'attore Philip Baker Hall, già produttore televisivo in The Truman Show. Come si vede la quantità dei motivi che si affollano nel film ci consente una ricognizione appena sufficiente: ma della complessità del testo ci avvisa il film stesso nel suo prologo, con le inquadrature (la prima delle quali in dettaglio talmente ravvicinato da risultare astratta) del coprisedile di paglia dell'automobile che conduce Lowell dal mullah e del sacco in testa che impedisce a Lowell di vedere l'itinerario: l'insistere della macchina da presa sulla "grana" materiale del tessuto rinvia con ogni evidenza alla "grana" immateriale del racconto. In ogni caso, l'esito migliore cui perviene Insider consiste nell'equilibrio fra il "che cosa" e il "come" del cinema, ed è un esito che ci permette di annoverare Mann tra i grandi registi del decennio che termina. Il critico Alberto Pezzotta ha scritto recentemente: "Mann sostituisce, nella mia memoria, anche Cimino e ormai pure Eastwood". Si può dissentire o concordare, ma un fatto è certo: dopo Insider (e L'Ultimo dei Mohicani, e Heat) anche noi dobbiamo fare i conti con la nostra memoria del cinema. © 2000 reVision, Luca Bandirali |
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