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L'Ultimo InquisitoreGoya's Ghosts - 1h 54'
Regia: Milos Forman L'ultimo film di Forman è banale quanto il titolo italiano. Mentre il titolo originale
"i fantasmi di Goya" non si sa bene a cosa si riferisce. Forse all'ultima parte della storia, quando Francisco Goya è completamente
sordo, ma il film non dà a vedere né solamente intuire l'esistenza di un mondo parallelo nella mente del pittore. Un universo
che nutrirebbe il desiderio di ritrarre velocemente con pochi tratti di colori la realtà tempestosa che lo circonda. Anzi
sembra che la realtà turbinosa nel film si lasci difficilmente inseguire dal pittore. Prima l'austero ritratto di frate Lorenzo
poi quello della regina che si limita a riprodurre la realtà. Risultato, la regina che sperava almeno in un minimo abbellimento
s'incazza di fronte alla sua immagine dipinta come davanti a uno specchio e con la beffa che la riproduzione è anche più corposa
rispetto alle dimensioni normali, quindi un gigante di bruttezza!
Forse Forman non è lontano dalle sue più celebri rievocazioni storiche, pensiamo a Valmont o Amadeus, che erano film dopo tutto convenzionali, da non paragonare con il (comunque) sopravvalutato Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo e neanche col celeberrimo Hair. Ma senza scomodare tutta la sua filmografia compreso il periodo in patria, peraltro con pause temporali che suggeriscono il più alto rispetto, sembra proprio che L'Ultimo Inquisitore sia tra le prove meno riuscite di Forman. Gli attori assumono quel registro istrionesco, già presente nelle opere citate, che in questo caso produce solo stridori espressivi tra cui il più forte è quello di Stellan Skarsgård, visibilmente a disagio e spesso fuori registro. Il titolo italiano individua una contraddizione: chi è il principale protagonista? Goya oppure l'inquisitore? In Italia si è scelto per la seconda possibilità. E su questo non si può dar torto all'ambiguità del ruolo di Goya, il quale spesso è in secondo piano. Javier Bardem ha avuto la meglio in questo scontro e non è difficile intuire che il suo frate Lorenzo inciderà con più veemenza l'immaginario di molti spettatori. Il film si sa bene dove va a parare, dopo la buona scena di Lorenzo issato per le braccia, per provare la veridicità della
famigerata corda di tortura. Una scena guidata dall'indignazione per il dogma, ma soprattutto per il gioco di parole. Non
tortura, ma prova della corda. E sul fatto che la corda stessa sia assimilata a strumento divino da parte della Chiesa nel
corso di centinaia di anni per estorcere qualunque confessione, utile alla Inquisizione di turno.La seconda parte è ancora più controversa. Dal 1792, era di "lumi", ma in Spagna comandavano sempre le dinastie monarchiche, si passa a quindici anni dopo, al crollo dell'impero napoleonico grazie agli inglesi. Forman insiste sull'alternanza delle posizioni ideologiche. Personaggi prima accusati, imprigionati e messi a morte. Poi salvati e portati in trionfo dai nuovi vincitori. La Storia allora altro non è che la serie infinita di vicende intrecciate di trasformismi "politici" che spesso coincidono soltanto con la necessità di sopravvivenza dei personaggi in gioco, compresi quelli che vogliono sottrarsi come Goya. I capricci degli Stati, degli eserciti, della Chiesa sono del tutto equivalenti. Non resta ai protagonisti che indossare vestiti diversi e trovarsi nei vari ruoli alternativi di carnefici e vittime. Una Storia in cui Forman ha abolito ogni segno di compassione, dove la smorfia di dolore e follia di Natalie Portman trattegia solo il profilo di un volto sfigurato dall'inevitabile sventura. © 2007 reVision, Andrea Caramanna |
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