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L'Innocenza del Peccato

La Fille Coupée en Deux - 1h 55'

Regia: Claude Chabrol



La New York del 1906 fu sconvolta da un fattaccio passato negli annali della cronaca nera. L’assassinio di Stanford White, architetto rinomato di Manhattan, per mano del milionario Harry K. Thaw. La moglie di quest’ultimo, Evelyn Nesbitt, era stata in passato ballerina di Broadway e amante della vittima subendo poi l’ossessiva gelosia del consorte disposto al gesto fatale. Nel suo affresco romanzato, "Ragtime", lo scrittore E.L. Doctorow accenna alla vicenda, di conseguenza trasposta nell’omonimo film di Forman all’inizio degli anni ’80, mentre il grande Richard Fleischer la trasformò in fulcro drammaturgico del suo mélo cromaticamente sontuoso marchiato dal procedimento De Luxe, L’Altalena di Velluto Rosso del 1956.
Lo stesso spunto, ridotto a geometrico pretesto immerso nella sulfurea quotidianità della provincia francese (siamo a Lione), viene ora attualizzato dal vecchio, sommo maestro Claude Chabrol in questo L’Innocenza del Peccato, visto all’ultima edizione del Festival di Venezia col suo titolo originale La Fille Coupée en Deux (letteralmente: la ragazza tagliata in due) che allude alla tagliente metafora a chiusura del film, ovvero un luccicante spettacolo d’illusionismo visto come giocosa ammonizione rispetto alle trappole dei tanti simulacri contemporanei (inerenti alla sessualità e non solo ad essa). Chabrol caustico indagatore dello sfaldarsi di morale e costumi della borghesia imperante (col suo smarrito fascino indiscreto) individua nell’"altro irreale" televisivo l’aberrante forma dell’illusione contemporanea, svelando il marcio albergante dietro le quinte e le finte trasparenze dell’effetto blue screen, scarto virtuale del gesticolare compiacente dei presentatori del Nulla in digitale.

Per dirci della perversa malattia dell’innocenza, qui e ora, il film ostenta un incipit da melodramma, con l’ausilio di un brano pucciniano della "Turandot" (scelta non casuale) e del rosso sanguigno dei titoli di testa, come falsa pista che ci conduce presto lungo i sentieri del noir, ironicamente raggelato ed iconograficamente sciolto con magistrale leggerezza tutta simenoniana. Si dà spazio così all’irruzione clamorosa del miracolo Ludivine Sagnier, splendido animale da cinema già plasmato dai registi Francois Ozon e Claude Miller, sensualità abbagliante e allusiva capace d’incatenare lo sguardo ad una promessa sessuale continuamente rinviata, perfetta nel ruolo della ventenne Gabrielle Deneige di cui indossa stordenti jeans a vita bassa e aderenti camicette a modellare le forme mozzafiato, perturbante e radiosa quando percorre le vie di Lione a bordo di una Vespa. Dichiarato oggetto del desiderio, quest’incarnazione di contemporanea Lolita sbanca l’auditel leggendo le previsioni del tempo, concedendo in privato le sue agognate grazie, al cinquantenne Charles Saint-Denis (uno straordinario François Berléand), raffinato scrittore di successo e preda di una smania erotica da collezionista che lo conduce ad esporre le sue prede femminili come oggetti da museo. Naturalmente l’uomo è sposato e per nulla intenzionato a lasciare la moglie Dona (interpretata da Valéria Cavalli), naturalmente esercita tutto il suo fascino intellettuale ad inchiodare la calda amante conducendola nel club privato di cui è socio ed esponendola come un trofeo agli amici. Gabrielle sta al gioco arrivando a sottostare alle voglie sacrificali del partner, in una scena presentandosi persino nel suo studio camminando carponi conducendo una piuma nelle fatali terga. A roderla, però, è un’ambizione sconfinata, da brava figlia del proprio tempo (la madre Marie che ha il volto di Marie Bunel, lavora in una libreria), malcelata con abilità da equilibrista della seduzione, sguardo e corpo utilizzati strategicamente (gli avidi colleghi di lavoro possono solo sfiorarla senza mai averla) a salire i gradini dello show business fino a divenire presentatrice di talk show. Con il pretesto di un viaggio di lavoro a Londra, Charles la molla cambiando la serratura dello studio dove si consumavano gli incontri clandestini. E lei rimane così invischiata nella rete del corteggiatore Paul Gaudens (un bravissimo Benoît Magimel giunto al suo terzo film con Chabrol e qui al suo meglio) giovane dandy milionario (con alle spalle un padre chimico fondatore di un celebre laboratorio) consumato dalla schizofrenia che gli rosicchia il cervello esattamente come lui fa con le proprie unghie. Per uscire dalla delusione amorosa Gabrielle lo sposa, subendo la pericolosa deriva di una gelosia divorante il cui suggello sarà l’evento omicida perpetrato con pistola alla mano.

Chabrol affronta gli arroventati risvolti della trama con lucido vigore di dissimulatore, con controllato sadismo hitchcockiano, inquadrando lo spessore psicologico dei suoi personaggi in un controluce ironico, sottolineandone così l’indecifrabilità. Quando affonda il coltello lo fa però impietosamente come quando evidenzia la maschera del personaggio della madre di Paul, Geneviève Gaudens (una magnifica Caroline Silhol), restituendo l’amalgama contratto delle espressioni segnate da un’ipocrisia incontinente e da uno snobismo alimentato da una cattiveria che solo certi personaggi di provincia posseggono (si faccia pure un paragone con la galleria di mostri del profondo Nord che hanno conquistato da noi il recente onore delle cronache): persino nell’unico momento nel quale ella evoca commossa un tragico episodio dell’infanzia del figlio quello che affiora è una meschina recita agita per altri fini.
Da un certo punto di vista, come molte altre opere del maestro francese (e questa è una delle migliori, dai tempi di Grazie per la Cioccolata), si potrebbe leggere L’Innocenza del Peccato come un trattato di sociopatologia applicata al presente (ma tenendo d’occhio i classici del passato). Una partitura di musica concreta (con qualche citazione d’antan) che con analitica freddezza allude alla mediocrità imperante sostenuta dai suoi apparati di potere (quello mediatico è individuato nella sovrastruttura del microcosmo televisivo eletto a fatiscente sistema) dove sopravvivono i residui del divario tra classi e il marcescente precipitare collettivo nell’abiezione compulsiva (guardate con quanta perfidia è descritto il lusso in cui vive lo scrittore Charles insieme alla ostentata ricchezza delle storiche ville dei ricchi). Per questo la coinvolgente sceneggiatura (scritta dal regista assieme al proprio aiuto Cécile Maistre) è fluidamente coadiuvata dalla colonna sonora di Matthieu Chabrol, originali brani atonali a sottolineare la suspense e citazioni contrappuntistiche di brani d’opera mescolate a canzoni dell’immortale repertorio leggero francese.
Lo specchio convesso in cui i personaggi appaiono schegge di se stessi fa risaltare la materia di questo piccolo capolavoro d’arguzia cinematografica come fosse carne viva esposta al fuoco di uno sguardo implacabilmente indagatore (simile a quello di un entomologo catalogatore). Tutto in Chabrol è cinema, intensità della leggerezza, tenerezza delle perversioni, innocenza della sessualità: ed ecco che il cineasta dall’occhio freddo si lascia coinvolgere dal proprio stesso gioco crudele, utilizzando come una specie d’alter ego il caldo personaggio di Capucine, una donna matura e malinconica che non nasconde la propria irrefrenabile voglia d’indipendenza (incarnata dall’ancora affascinante Mathilda May), pirandelliana maschera che esprime le lusinghe di una logica continuamente in bilico, quella delle pulsioni sospesa sul filo del sogno e della realtà, la tensione materica di cui ogni film dovrebbe sapersi nutrire, come fa esemplarmente questo rendendo una storia antica e già sfruttata terribilmente attuale e necessaria.

© 2008 reVision, Francesco Puma