![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Inland Empire2h 59'
Regia: David Lynch Diamo pure a Lynch quel che è di Lynch e concediamoci il lusso di abbandonare, ancora una
volta in suo onore, le coordinate spazio - temporali delle nostre percezioni fin troppo abituate alle convenzioni narrative e
al montaggio invisibile del linguaggio cinematografico tradizionale. Il cinema lucidamente trasgressivo di questo alchimista
delle emozioni vuole soprattutto rammentarci che la realtà è un fantasma (quello che Buñuel diceva della libertà) e che in
ogni sua rappresentazione è l’inconscio a dettare legge (come ci ha insegnato la letteratura contemporanea, specialmente da
Joyce in poi).L’autore di Twin Peaks è divenuto oggi un anziano, vitalissimo cineasta con una voglia di tornare alle origini della propria ispirazione, lui che è stato e continua ad essere artista completo, un Duchamp ancora più postmoderno che usa il cinema come sintesi dei molteplici linguaggi delle arti. Il Lynch di oggi usa il digitale con lo stesso disincantato gusto per la sperimentazione che lo condusse, agli inizi della carriera, ad utilizzare il passo ridotto dei suoi cortometraggi allucinati e materici, divenuti col tempo veri e propri oggetti di culto. La dimostrazione di questo percorso a ritroso, che per lui è tempo ritrovato, sta nel suo ultimo capolavoro presentato a Venezia in occasione del conferimento del Leone d’oro alla carriera: INLAND EMPIRE (da scrivere rigorosamente tutto in maiuscolo) seducente rompicapo visionario che è un omaggio alla mai tramontata forza del cinema. Non è un caso che, come in Mulholland Drive, siano ancora i dintorni di Hollywood ad essere il teatro di quella che potremmo definire una vera e propria love story dove gli amanti sembrano essersi perduti nel labirinto delle proprie consumate emozioni. Come sempre, in Lynch, le lacrime scorrono e diventano materia visibilissima sulle guance degli interpreti (forse come ironico ammiccamento al melò, genere ormai definitivamente tramontato e tenuto in vita, con accanimento terapeutico, da alcuni epigoni dei grandi maestri del passato). Piange la casalinga polacca Susan Blue e piange quella specie di suo doppio, recluso in una stanza a guardare una soap televisiva con protagonisti dei conigli giganti. Si strugge l’altro personaggio femminile, Nikki Grace, attrice di Los Angeles scritturata per girare il remake di un film polacco rimasto incompiuto per la misteriosa dipartita degli attori. Ad interpretare Susan e Nikki con sottili sfumature troviamo Laura Dern tornata nel recinto lynchiano dopo le intense prove in Velluto Blu e
Cuore Selvaggio. Nel tracciato di questo enigma senza soluzioni (il gioco proposto dall’autore consiste nello sfidare
il pubblico a non cercarle), questa sorta di Beatrice dantesca, calata però nell’Inferno di una dimensione parallela, arriva
ad aprire porte che sarebbe stato meglio tenere chiuse: così Nikki finisce per essere aggredita per strada trovando rifugio
in una stanza immersa nelle tenebre "noir", citazione delle atmosfere di Jacques Tourneur e del suo cult Il Bacio della
Pantera (è l’avviso che qui ci si vuole misurare col fascino discreto della metamorfosi). In questo percorso ad ostacoli,
il camminamento dei personaggi procede ellitticamente lungo i perimetri e i volumi del sogno nel disperato tentativo di non
perdersi, di conquistare con sofferenza una rinnovata possibilità d’amore.In questo senso, è facile accostare questo puzzle sul desiderio di calore (delle emozioni come dei patemi perduti) a film più apparentemente regolari come Una Storia Vera, sguardo animato di pietas profusa verso (e anche versus) l’America che continua a perdersi, a disfarsi nel suo plateale pathos. E come altri, anche questo è un omaggio al valore della femminilità, segnato dall’esemplare parallelismo fra tragedia classica e musical all’apparire colorato delle prosperose, materne prostitute danzanti e cantanti che fungono da coro dell’Hollywood Boulevard e delle sua inquietanti trame. Perché, è bene sottolinearlo, in INLAND EMPIRE ad aleggiare su tutto resta il Male, quello vero, quello insondabile che Lynch ci ha sempre evocato nei suoi misteri mai risolti (forse perché contro il Male non c’è soluzione). E il dramma qui si consuma tra le mura delle stanze stilizzate care all’autore di Strade Perdute, le stesse in cui si perdeva, trasmigrando nelle mille anime del suo personaggio, l’agente Cooper di Kyle MacLachlan: il rituale lynchiano prevede l’atto sacrificale di un delitto passionale angosciosamente superfluo. Come in certi testi di Beckett, anche qui le soglie rimangono inviolate, alludendo ad interni ed esterni ancora tutti da esplorare:
quello che si celebra è il risveglio – allucinato ed aberrante – dei sensi che esplodono in ogni sequenza dentro il corpo dell’inquadratura
e di quello del racconto che, progressivamente, si scioglie davanti ai nostri occhi. E l’autore del film prova a specchiarsi
beffardamente col suo personaggio del regista, Kingsley Stewart (interpretato dal carismatico Jeremy Irons) che non ha paura
di consumare fino in fondo la propria impresa, nel tentativo di portare a termine il suo film maledetto.Ma negli altri doppi maschili, in Devon Berk collega sul set di Laura Dern e in Billy Side, marito della casalinga disperata (entrambi incarnati da Justin Theroux, reduce da Mulholland Drive,), c’è tutta l’impotenza emotiva di un mondo che sembra aver perso la stessa possibilità delle proprie relazioni. Per Lynch resta l’amore per il cinema, per quel cinema che sa possedere il cuore e la testa di chi lo fa e di chi lo vede, che mette in scena il sogno e la sua insondabile sostanza. Se è vero che alla fine la casalinga ritrova il proprio uomo e che la morte di Nikki Grace si rivela una finzione di set, INLAND EMPIRE è un regno fantastico e fantasmatico, finzione assoluta dove ogni cosa e ogni identità non hanno soluzione. Se Mulholland Drive, si apriva con un ballo, qui con un ballo si chiude, sulle note di Sinner Man di Nina Simone (la stessa canzone - coincidenze che il cinema ci offre - utilizzata da Crialese per il finale di Nuovomondo). Ma c’è anche Penderecki con un brano utilizzato da Kubrick per Shining all’interno di un tessuto musicale che sostiene questa partitura concettuale concentrata a mettere in scena l’incubo di personaggi liberatisi definitivamente del proprio autore. Proponendoci il suo film assolutamente libero da qualsiasi preoccupazione o consapevolezza commerciale, il morbido e puro Lynch c’invita a far parte della sua festa di fantasmi ancora pulsanti di libido inespressa, creature vive che finiranno nelle teche dell’immaginario collettivo, costringendoci all’interrogazione sui massimi sistemi del mondo e del linguaggio, alla fuga di una quotidianità grigia e tediosa che annebbia il cervello. La mente lynchiana cancella tutte le nostre esitazioni per proporci un viaggio senza meta, probabilmente alla ricerca dell’altra metà del mondo di cui possiamo scorgere la forma solamente nei film di questo art-maker che continueremo ad amare fino allo spasimo. © 2007 reVision, Francesco Puma |
|