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Come Inguaiammo il Cinema Italiano1h 30'
Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco Era quella in bianco e nero degli anni Sessanta e inizio Settanta la televisione che fece conoscere agli italiani il duo siciliano
Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; la loro era una comicità fatta di semplici gag - come il classico "Core ingrato" in cui un serioso e impegnato Ciccio cerca di cantare
la famosa canzone napoletana molestato dalla inarrestabile energia di Franco - rappresentative di un repertorio che li qualificava dispregiativamente dei guitti, ossia
depositari di una comicità di categoria inferiore. Per questo l'arte di Franco e Ciccio sia allora, all'apice della loro lunga e difficile carriera, ma soprattutto successivamente,
quando la fama venne meno, fu denigrata privandola di quel valore che pure essa aveva. Arte povera, arte dalla natura sanguigna e senza pretese, quell'arte che dell'avanspettacolo
aveva il guizzo immediato, la capacità di suscitare risate liberatorie, l'unico impegno che i due siciliani volevano imprimere ai loro numeri. Come accade spesso, Franco e Ciccio
ebbero degli epigoni che non riuscirono a mantenere quel sottile equilibrio tra semplicità e volgarità, che non seppero mantenere quel candore a tratti infantile - e il duo era
molto amato dai bambini - presente anche nei film più discutibili. Pasolini, che amava la semplicità del popolo e ne sapeva trarne spunti notevoli, li volle in Che Cosa Sono
le Nuvole? (episodio di Capriccio all'Italiana, 1967) per interpretare i personaggi di due marionette, Cassio e Roderigo, insieme a quel Totò già entrato con tutti
gli onori nella fondamentale attività pasoliniana, trovando anche in essi quel lato surreale, malinconico, energico, scandaloso, irriverente che solo una precisa esperienza di
vita e di palco possono offrire ad un attore comico. A quel tempo Franchi e Ingrassia avevano già "inguaiato" il cinema italiano.Perché "inguaiato"? Al momento dello scioglimento del duo, essi avevano girato centinaia di film a basso costo che avevano sbancato i botteghini. Non c'è praticamente film di successo, che sia "d'autore" o uno 007 o un filone d'oro di genere, che Franco e Ciccio non hanno preso e reinterpretato, rivoluzionato in ogni millimetro di pellicola, sconvolto senza remore e pudori. Ma Franco e Ciccio hanno dato il via, del tutto inconsapevolmente, a quella scia interminabile di film dalle situazioni comiche facili che imperarono negli anni Settanta e Ottanta, ossia quei film tanto rivalutati negli ultimi dieci anni da una fin troppo generosa inclinazione riabilitativa. Così inguaiarono il cinema italiano, e mentre lo inguaiavano lo arricchivano. Ciprì e Maresco documentano attraverso filmati di repertorio e interventi realizzati per l'occasione, la carriera e la vita di due uomini nati poveri, che contro la povertà hanno lottato con l'arma della comicità, che hanno condiviso il successo per poi separarsi litigando con la stessa intensità con cui si sono rispettati e amati. Negli anni in cui i comici si esprimevano in napoletano, in romano e cominciava a fare capolino la "scuola" milanese, una coppia di siciliani - allora in particolar modo sinonimo di gelosie talebane (ricordiamo il sardo Murgia interprete di tanti siciliani alla Ferribotte), lupare e ancora timidamente di mafia - esplose lasciando sul terreno molti increduli, infastidendo i "colti" e conquistando completamente gli "incolti". L'omaggio di Ciprì e Maresco percorre il filo dei ricordi condivisi da chi quegli anni li ricordano, magari bambini affezionati al tormentone del braccio piegato e del verso
stridulo di Franco, mentre le pretese intellettuali di Ciccio con il suo parlare forbito e ricercato ironizzavano sulla mancanza di raffinatezza e sottigliezza che molti vollero
imputare ai due come fosse peccato mortale, perché forse lo era rivendicare il proprio passato, la propria cultura come ricchezza. A loro sinora non è toccata ancora una vera e
propria "riabilitazione" da parte di tutti, come lo fu per Totò dopo la sua morte, al cui coro che lo considerava finalmente geniale si unirono anche coloro che lo ritenevano in
vita solo una marionetta; forse perché Franco e Ciccio avevano un carattere molto difficile, presuntuosi e regali nella loro "ignoranza", capaci di infiammarsi pubblicamente per difendersi.Come Inguaiammo il Cinema Italiano (titolo che parafrasa un film della coppia, Come Inguaiammo l'Esercito Italiano di Lucio Fulci) percorre la vita e la carriera, l'avventura del duo comico dapprima con la dura gavetta da separati, poi l'incontro al Bar degli Artisti di Palermo e l'esordio a Castelvetrano, sino a giungere ai grandi incontri: Modugno, Keaton, Garinei e Giovannini, Fulci, e così via. Avvezzi a contrastare il cinema dato con i loro interventi dissacratori delle consuete regole estetiche, introducendovi tutto ciò che è considerato basso, sporco e cattivo assurgendolo in tal modo a espressione artistica, Ciprì e Maresco non potevano realizzare un documentario a immagine e somiglianza altrui. Tutto il materiale disponibile subisce un azione centrifuga che rifugge dall'unità, dalla fluidità di un racconto compiuto, in un gioco di contrasti e spezzettamenti che ha come intento il non racconto. Ed ecco che tra intrusioni ciniche tv, ricordi personali, e quant'altro, l'unico a non trovare una propria collocazione è il giovane critico Francesco Puma, come molti, troppi, calato completamente nel personaggio del critico cinematografico e per questo penalizzato da continue interruzioni. Lo stile di Ciprì e Maresco è in perfetta sintonia con le prorompenti personalità di Franco e Ciccio, i quali mai hanno lasciato che qualcuno, sia esso un intervistatore o un presentatore di varietà, compisse il proprio ruolo, riuscisse a conservare il proprio spazio, finanche a terminare una frase, senza che Franco distogliesse l'attenzione mentre Ciccio, secondo un rituale che rispondeva ad un preciso canovaccio, prendeva le parti dell'ordine che lotta contro il disordine, e così facendo interrompeva anch'esso. Per la cronaca il guitto, nell'accezione generale sinonimo di persona negativa e, per quanto concerne il teatro, attore di infimo ordine tipico dei teatri popolari, seppure di etimologia incerta, trova le sue origini in quel caotico e libero universo della commedia dell'arte i cui attori dai tavolacci di piazza passarono ai palchi dei re di tutta Europa, offrendo le basi al teatro moderno. © 2004 reVision, Emanuela Liverani |
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