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Ingannevole è il Cuore più di Ogni Cosa

1h 37'

Regia: Asia Argento



Nei due film dove la parola "cuore" ritorna come cuore significante, come punto centripeto e centrifugo, Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek e Ingannevole è il Cuore più di Ogni Cosa di Asia Argento, è impossibile non rilevare il movimento spirituale che dirige i corpi, attraverso la liberazione dal Male, verso un paradiso più o meno terrestre, una mèta lontana da suggestioni trascendenti.
La Argento opta per il road movie "maledetto", con immagini sporche, caratteristiche di un certo tipo di cinema indipendente che va da Larry Clark a Abel Ferrara, seguendo in modo fedele l’ispirazione dalla scrittura acerba e diretta di JT LeRoy, ma soprattutto il punto di vista, la soggettiva del piccolo protagonista, che risulta il vero punto di forza del film. Il campo e controcampo non misurano più l’equilibrio tra un corpo, un volto e l’altro, ma la smisurata differenza tra plongée e contre-plongée, una reminiscenza wellesiana che fa accapponare la pelle per la violenza espressa. Lo sguardo del bambino è una soggettiva spaventosa, terrificante, perché fa balenare l’impotenza, la vulnerabilità, l’impossibilità di difesa da parte del corpo fragile. Asia Argento costruisce personaggi tanto squallidi quanto paurosamente reali, laddove il bambino è costretto giocoforza a subirli senza possibilità di replica, come quando rimane chiuso in una casa gabbia due giorni, da solo, mentre la mamma è fuori a scorrazzare col nuovo amante. L’utilizzo del flashback è straordinario: il ricordo, ripetuto, del piccolo protagonista, riguardante la separazione dai genitori adottivi, ha una forza drammaturgica che non si vedeva da tempo in registi della generazione della Argento. Inoltre la prima parte del film ribalta subito il luogo comune secondo il quale il legame di sangue tra madre e figlio è sempre più forte di quello che si stabilisce con genitori adottivi. Jeremiah lacerato dal distacco imposto dalle solite idiote leggi di Stato, sente la straziante repulsione per la madre e la manifesta nel pianto continuo, per l’insopportabile abbandono. Una delle scene più lancinanti è la telefonata ai genitori adottivi, quando Sarah impedisce a Jeremiah di ascoltare le voci dei "falsi genitori", ed anzi infierisce sul piccolo, ingannandolo riguardo ai loro sentimenti di rifiuto.

Ingannevole è il Cuore più di Ogni Cosa è una delle opere più dolorose viste di recente perché rifiuta "politicamente" ogni ipocrisia. La Argento riproduce la visione pessimistica di LeRoy, caratterizzando i suoi personaggi come corpi normali e pure ossessionati dalle loro turbe, perbeniste e moraleggianti in un paese, gli Stati Uniti, lobotomizzato da predicatori e fervori religiosi; è figurata in modo perfetto l’estrema violenza di una disciplina "imposta da Dio" con igiene e percosse da Vecchio Testamento, e dall’altra parte l’anarchia libertina, dedita soltanto al piacere dei sensi, ma volta all’abbandono sostanziale della cura del sé, e quindi votata all’autodistruzione della persona.
Il film è tormentato da molte parti, ma senza che gli eccessi siano mai gratuiti, non c’è quindi il maledettismo fine a sé stesso, ma l’autentica ripresa delle tensioni del ’77, con icone vivissime come quelle dei Sex Pistols e musiche rielaborate e lucidissime dirette dai seminali Sonic Youth (davvero in grado di riassumere musicalmente un sentimento di rivolta politica, per promuovere solo l’aspirazione ad una possibile libertà umana).
Si arriva così alla medesima scena madre di Cuore Sacro, laddove la nudità della protagonista figura il limite di un cammino: la follia "francescana" che è anche ricerca spericolata, oltre e dietro la quale si nasconde l’ordine, il desiderio profondo di una sanità spirituale più forte contro l’ottusità del mondo. Per questo entrambi i film chiudono con un happy end. La Argento si allontana dal finale del libro di LeRoy, perché forse intravede la ricostruzione di un rapporto solo tra le uniche due polarità possibili: madre/figlio, nel Bene e nel Male. Mentre gli altri personaggi sono in fuga, irredimibili, non in grado di effettuare un percorso che li conduca a un autentico cambio di rotta esistenziale.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna