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L'Amore Infedele

Unfaithful - 2h 04'

Regia: Adrian Lyne



Curiosità, ossessioni, pudori, stereotipi sessuali, psicologia del profondo. Sono elementi importanti del cinema di Adrian Lyne. Un cinema superficiale e opaco, ma che riesce con strumenti impercettibili a costruire tensione con i dettagli, immagini che violentano la memoria dello spettatore, costruiscono, scivolando su un terreno difficile da definire, una mitologia, figure simboliche resistenti. Non è un caso che l'operazione di Lyne prediliga corpi-film già fatti e su queste opere effettui differenti prelievi. Da Stéphane, Moglie Infedele (1969) di Claude Chabrol a Unfaithful L'Amore Infedele il percorso si svolge sulle retoriche del medesimo racconto. E l'infedeltà al testo originario si può desumere già dalle numerose deviazioni, divagazioni e imposizioni che Lyne fa al testo prelevato. Con scene che lasciano maliziosamente un po' di imbarazzo sul senso: una per tutte quella in cui il francese Paul Martel rivela all'amante Connie di aver comprato la prima edizione di "Zanna Bianca" di Jack London a poco più di un dollaro, essendo sicuro di poterla rivendere a migliaia di dollari. Cosa che possiamo riferire anche all'acquisto dei diritti del film da Chabrol e alla sua redditizia rivendita a un pubblico mondiale. Certo questa è solo un'interpretazione spinta di un piccolo frammento del film, ma il discorso dei prelievi e della loro rivisitazione figurativa è centrale nella filmografia di Lyne, ancorché i risultati appaiano in alcuni casi sommari e del tutto convenzionali (Proposta Indecente o Lolita), ma anche sanamente irritanti.

Luogo ricorrente della filmografia di Lyne è la rappresentazione del sesso che oscilla tra ambiguità voyeuristica e performance spettacolare della scopata. Naturalmente gli incontri sessuali devono fornire la chiave di volta di un totale sgomento nella persona che li subisce, una donna appunto, come in Nove Settimane e Mezzo. Questa situazione emotiva è rappresentata esattamente quale collisione spietata di due esistenze. Paul e Connie collidono, si scontrano un giorno in una strada di Manhattan e, come nello scontro di atomi, l'interazione tra i corpi produce inevitabili effetti. Nell'illuminante ribaltamento della situazione, Connie infine immagina di non scontrarsi con lo sconosciuto rendendosi conto che tutto quello che è successo tra lei e l'amante francese è già avvenuto in quell'istante del primo in-(s)contro. A Lyne poi interessa il coinvolgimento emotivo e per questo gira quella bellissima scena, tutta in flashback, in cui Connie sul treno singhiozza e ride, completamente divorata dall'ambivalenza eccitante e paurosa di due sentimenti contrapposti, il senso di colpa, la razionalità da una parte e la totale libertà dei propri istinti e l'irrazionalità dall'altra.

Chabrol aveva scelto subito un espediente fulminante per raffigurare Stéphane fedifraga. Quando scende dall'automobile accompagnata dal marito, alla domanda di questi risponde con sicurezza, ma poi guarda direttamente in macchina per palesare la sua menzogna. La freddezza e il distacco di Chabrol niente hanno a che vedere con l'interpretazione scelta da Lyne, tant'è che potremmo parlare di un remake che stravolge completamente l'originale, pur seguendone le linee principali, per cercare di offrire alla storia tutta un'altra serie di connotazioni. La seconda parte, con l'omicidio che è quasi un incidente, ha bisogno di una lettura più ampia del testo originale. Quando Michel Bouquet incontra l'amante della moglie, confermando il clima di liberazione sessuale in cui si svolge il film (la minigonna della segretaria è un riferimento sottolineato) la prima cosa che rivela è di sapere del "vizio" della moglie, e con naturale tranquillità continua chiedendosi come mai quest'ultima storia stia durando così tanto (quattro settimane). Michel Bouquet inoltre colpisce il rivale con una statuetta che gli capita tra le mani, mentre Richard Gere colpisce il francese con un simbolo più forte dell'amore che lo lega alla moglie. Tanto è vero che sembra proprio la scoperta di quel souvenir di vetro a causare il malore definitivo che precederà il gesto di violenta reazione, peraltro effettuato immerso in una percezione distorta, l'amante è visto sfocato e deformato. Queste ultime indicazioni certo ci portano alla parte più convenzionale del film, vale a dire la ricomposizione dell'adulterio. In sostanza il povero Martel è sacrificabile, perché donnaiolo e spregiudicato mentitore, mentre i due protagonisti, marito e moglie, appaiono in fondo vittime di perturbazioni sentimentali scaturite da un gioco casuale del destino. L'adulterio infine è giudicato lapidariamente da una delle amiche di Connie, come evento soltanto doloroso e causa di conseguenze nefaste per la famiglia.
Ma per fortuna il film sopravvive felicemente a una chiusura moralistica, lasciandoci atterriti sulla possibilità di baratri emotivi così vicini alle nostre esistenze, dentro possibilità che possono all'improvviso concretizzarsi, un po' come le centinaia di persone che ordinate entrano ed escono dal metrò senza mai sfiorarsi e conoscersi, mentre in una strada vuota è possibile mutare la propria vita per imprevedibili collisioni atmosferiche, come il vento che trascina le pagine dei libri, alcune si posano vicine altre volano lontanissimo.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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