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L'Infedele

Trolösa - 2h 30'

Regia: Liv Ullmann



La mancanza di fede unisce automaticamente alcuni personaggi, complici di una condizione sentimentale, esistenziale, che, nel suo ostinato tormento deve fare i conti con un'istanza riflessiva. Liv Ullmann utilizza il procedimento di mise en abyme, poiché il personaggio del vecchio scrittore Bergman (Erland Josephson) è una sorta di apparato riflettente, strumento attraverso il quale i personaggi possono specchiarsi e tradurre, significare gli eventi della loro esistenza (non dimenticando i riferimenti biografici, i vissuti che coinvolgono direttamente la regista Liv Ullmann e lo sceneggiatore Ingmar Bergman). In primo piano Marianne (Lena Endre) e David (Krister Henriksson), che occupano più stabilmente il campo, lo spazio abitativo del vecchio Bergman, manifestandosi come pensieri fantasmi, in secondo piano invece Markus (Thomas Hanzon), marito di Marianne e la piccola figlia Isabelle (Michelle Gylemo) che vi appare come immagine fotografica. La messa in scena in stile bergmaniano è un estenuante incitamento del pensiero, attraverso la memoria, in grado di riprodurre l'evento e di valutarlo nella sua oggettiva e brutale concretezza. All'inizio il film porta la testimonianza indiretta sul divorzio, sviluppata da una didascalia, che indica la separazione legale come l'evento più lacerante che una persona possa subire nel corso della vita. Sembra, in maniera molto pessimistica, che non ci sia rimedio, che gli esseri viventi siano costretti a subire gli impulsi che si ripetono, istinti potenti ai quali non si può opporre difesa. Sembra inoltre che le variazioni dell'esistenza si verifichino inaspettatamente. Marianne scopre di amare David, vale a dire colui che aveva sempre considerato un fratello. Quale tutela per il suo matrimonio se alla fine si è innamorata proprio di chi era più improbabile diventasse il suo amante? Lo stesso Markus sottolinea la totale inverosimiglianza, quasi l'aspetto ridicolo, e poi grottesco, della coppia di amanti adulteri Marianne-David.

Liv Ullmann registra il flusso di coscienza, che in alcuni momenti ha le sembianze di sogno o incubo. La testimonianza, che è cercata avidamente e non si sviluppa attraverso una discussione con opposte vedute se non nel tranche de vie rievocato, riesce a creare l'immagine-apparenza del mondo personale soggettivo, intimo, del narratore e quello degli altri personaggi. Questo sguardo in soggettiva attribuisce caratteristiche agli altri interpreti che però non siamo in grado di valutare appieno. Come è veramente David? E come sono Markus e la figlia? Ci si rende presto conto che l'unica possibile valutazione consiste nella stima degli eventi contenuti nel flashback. Ecco che le prospettive si complicano; la presa diretta della vita intorbidisce pensieri ed emozioni. La reazione di Markus era iniziata quasi contemporaneamente al meticoloso tradimento di Marianne. E pure la piccola Isabelle forse si era già resa conto di tutti i fatti presenti, i segreti dei genitori. La scelta di porre la figlia in una sorta di limbo fuori campo (uno dei più potenti fuori campo visti negli ultimi tempi) è un procedimento doloroso, poiché esprime pienamente l'egoismo degli adulti, occupati a evadere il campo della figlia, a privarlo della loro effettiva e continua presenza che non può essere negata a lungo senza produrre irreparabili effetti. Cosicché il passato, la storia non insegna, o meglio può insegnare poco o nulla a questi personaggi adulti, i quali vivono egoisticamente il loro presente, non rendendosi conto di prepararsi un futuro ancora più buio ed incerto. In questo senso sono tutti "infedeli", vale a dire infidi, individui sui quali non è possibile contare, non è possibile avere fiducia, perché sono la prova del fallimento di una "bella morale", o piuttosto per loro, di fronte alle conseguenze del quotidiano agire, condizionato da incertezza e prepotenza dei desideri, i principi morali appartengono a una dimensione ineffabile. Naturalmente per morale qui intendiamo innanzitutto la pratica, l'etica che permetta di non affliggere gli altri, con le conseguenze delle nostre azioni. La figlia di Marianne è afflitta dalla condizione di separazione dei genitori e dai dissidi disturbanti che ne seguono. Questo evento cambierà, in un modo o nell'altro, il corso della sua vita. Marianne è consapevole delle sue responsabilità. David ha abdicato alle proprie responsabilità, in maniera più cinica e indifferente. L'impiegata dei servizi sociali non è ostile, raccoglie oggettivamente una situazione compromessa. Più abnorme e terribile il gesto di Markus che, accecato dalla pazzia onnipotente, decide che anche la figlia deve seguirlo nel suicidio. Questa lunga carrellata di pietosa follia rivela abissi tormentosi che trasmettono quel gran senso di oppressione, che è davvero la cifra più alta del cinema "bergmaniano", l'impossibilità di liberarsi del fardello, gravissimo e brutale, nient'altro che la cruda umanità.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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